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Cronache 1997-2000

PREMESSA

Quasi quattro anni fa, dopo la “famosa” trasferta in quel di Lucca, il nostro presidente Ricki ricevette il resoconto scritto da Attilio Mela, cantore-cronista del notevole coro Mongioje di Imperia. Era un diario tra il serio e il faceto che raccontava quanto successo durante la loro uscita. Fu proprio questo fatto che credo gli fece balenare l’idea di realizzare qualcosa di simile per il suo coro. La vittima alla quale chiese di concretizzare questa idea fui purtroppo io.

Da quasi quattro anni, dopo ogni concerto o occasione particolare, cerco di mettere su carta la cronaca, le riflessioni, le sensazioni e tutto quello che succede.

In occasione del Natale 2000, con il sostegno del nostro comitato, ho raccolto tutti i testi scritti in questo fascicoletto. Spero che la sua lettura possa farci rivivere un pezzo di strada percorsa assieme.

Maurizio

 

8 marzo 1997

CONCORSO “NUOVI CANTI POPOLARI” ALLA RADIO

Dicevo poc’anzi che ho cominciato a scrivere i resoconti in seguito alla trasferta di Lucca. Quanto dirò adesso invece è precedente alla trasferta, anzi ne è stata la causa.

Ma è cosa doverosa parlare anche di questo concorso, vera pietra miliare nella storia della nostra corale. Per farlo devo però far capo ai miei ricordi e ritornare nel tempo di quasi quattro anni…

 

Si era agli inizi del 1997 e – personalmente – ero stato appena “tirato dentro” in corale dalla Carmen, per supplire alla cronica carenza di voci maschili e anche perché si stava preparando l’esibizione in diretta radiofonica per il concorso “Nuovi canti popolari”.

 

Il concerto fu preceduto da due mesi di prove, tutti dedicati a quell’unica canzone che noi conoscevamo con il titolo stampato sullo spartito: “Vivere afferrando un cactus”.

Un pezzo veramente difficile, in particolare quando si trattava di imitare il suono delle campane. E che fatica gli attacchi! Il primo, per noi bassi, era altissimo e se non lo preparavi più che bene la voce usciva stonata. E poi c’era il famoso attacco delle donne nella parte finale: “Ecco, sono qui…”, credo l’abbiano ripetuto almeno 87.415 volte!

 

Ricordo anche la prova generale del venerdì sera: tutte le corali erano state convocate nell’auditorio della RSI dove la sera successiva si sarebbe svolta la registrazione. Il Romano ebbe un battibecco con il Pietro Bianchi, le nostre donne non riuscirono ad attaccare il famoso “Ecco…” (credo solo una di loro abbia osato cantare la nota), si doveva camminare in punta di piedi per non far scricchiolare il pavimento e uscimmo tutti con un grosso timore per l’indomani. Fortuna che eravamo passati da uno studio dal quale uscivano le note della nostra “Sisilla”, appena cantata e ci era sembrata cosa bella e piacevole da ascoltarsi, tanto da farci riprendere un po’ di fiducia.

 

La sera del concerto personalmente sentivo una tensione altissima, ma credo che ero in buona compagnia. Mi ricordo anche che prima di entrare nell’auditorio andai al gabinetto. C’era una fila incredibile! Evidentemente l’emozione produceva i suoi effetti anche sulla vescica degli altri coristi…

Fare un grosso sbaglio sarebbe stata un’umiliazione ed una figuraccia per tutta la corale: eravamo pur sempre in diretta radiofonica, anche se su Rete 2.

Quando ripenso a quella serata rivedo alcune immagini: i molti spettatori presenti; il cravattino che non riuscivo ad allacciare; le gambe che tremavano; la voce che usciva poca e tremante; gli applausi del coro maschile di Bodio (che si trovavano alle nostre spalle durante l’esecuzione) che sembravano impressionati dalla difficoltà del canto.

Ricordo il don Gianfranco ed il Frenzi che fecero le due parti da solista e il Romano che camminava in punta di piedi per il solito pavimento e quella sua strizzata d’occhio, fatta dopo la prima parte della canzone, che mi liberò un po’ dalla tensione e mi diede la sensazione di cantare con più tranquillità (io sul momento ho creduto che lui fosse contento di quello che stavamo facendo, ma a pensarci bene non proprio cosa lui pensasse…).

 

Ci fu l’attesa per il verdetto. E la comunicazione dello stesso, accompagnata dall’urlo di gioia del Luigi. La nostra canzone vinse il secondo premio ex-aequo (il primo non fu assegnato) per l’autore della musica (Claudio Ambrosi di San Gallo) e il premio della giuria popolare (assegnato in base ai voti di 100 persone presenti in sala e scelte a caso, ognuna poteva dare un voto da 1 a 3, alla fine raccogliemmo 256 voti su 300!). Poi cantammo ancora e Romano volle fare il bis di “Solito paese” ( a quel punto la musica aveva ritrovato il titolo originale e avevamo scoperto che le parole non erano altro che quelle di una poesia di Plinio Martini, autore a me carissimo), anche in omaggio al compositore presente in sala.

 

All’uscita degli studi radio ci sentimmo leggeri, leggeri. Andammo al Ristorante al Sole di Lugaggia a mangiarci il premio (500 franchi). Dopo qualche giorno, anche come ringraziamento per gli sforzi fatti, la corale volle fare un omaggio a Romano. Gli fu regalato un enorme cactus.

 

 

 

 

31 maggio, 1º giugno 1997

FESTIVAL INTERNAZIONALE DI CANTO POPOLARE A LUCCA

Trasferta-premio in quel di Lucca per coronare un anno iniziato sotto la buona stella. Non avendo allora ancora presa la penna tra le mani – per i motivi ormai a tutti noti – mi affido a quella di Attilio Mela, cronista del coro Mongioje.

Non posso però mancare di accennare almeno a un altro concerto svoltosi due settimane appena prima della trasferta in Versilia: il Concerto di Gala in occasione del 75mo di vita della corale (che di anni invero ne aveva a quei tempi solo 73, e posso anche dimostrarlo, ma questa è un’altra storia…). Concerto che si è svolto nella nostra parrocchiale, con la presenza di due cori ospiti: la “Corale di Tesserete” diretta da Ivan Sermini e la “Vox Nova”, di Teodoro Curcio.

 

Il 31 maggio, in una luminosa giornata già d’estate, partiamo alla volta della Toscana, con un pullman molto confortevole. Arriviamo a pomeriggio inoltrato, veniamo accolti per un’incredibile spuntino nei giardini del vecchio convento di san Francesco di Borgo a Mozzano, con tanto di damigiana di vino bianco che ci accompagnerà a per il resto della serata.

Ma lascio subito la parola ad Attilio Mela, che evidentemente commenta i fatti dal punto di vista del suo coro, il Mongioje.

“E lì, nella verzura serena del chiostro, il primo approccio con quelli che diventeranno i partner e amici simpatici della serata canora e della non meno canora nottata che seguirà alla cena a fine spettacolo nel dormitorio di Barga. Si tratta del simpatico coro misto “Vos dra Capriasca” di Lugano (CH), che dell’Italia hanno mantenuto la lingua e i migliori caratteri, peculiari lombardi, di simpatia e cordialità che ci dimostreranno durante tutto il resto della permanenza con noi.”

Del concerto ricordo le brillanti presentazioni di Elio Antichi, del Baluardo, “questo scatenato personaggio, un po’ stregone, un po’ guru e un po’ istrione”, gli “svolazzi sopra il pentagramma” dei tenori liguri e le magnifiche sonorità dei Mongioje (io mi ero ritirato in cantoria, raggiunta a fatica a causa dei terribili zoccoli e lì li avevo ascoltati ad occhi chiusi).

Per la nostra esecuzione, spazio ancora ad Attilio.

“Introdotto da una fascinosa presentatrice nostrana con tacchi alti che ne valorizzano la silhouette come ne aumenta il fascino il brillantino al naso (N.B. chi la riconosce?) segue l’esecuzione degli svizzeri. La corale è composta da 26 elementi misti, più il maestro, il giovane simpatico Romano Longoni di Seregno (MI).

Questo complesso ci ha subito colpito per la preparazione e le tecniche vocali. Sono veramente bravi, ammirevoli in ogni loro esecuzione e piacevole e varia è anche la scelta del repertorio.”

“Tutti soddisfatissimi, noi e gli altri due gruppi, alla “grande cena” promessa e mantenuta dal Coro ospitante. Ricevimento più che generoso e signorile, con tutti piatti pronti per il self-service, intramezzato da piacevoli canti nostri e soprattutto degli Svizzeri che si son dimostrati veramente all’altezza della situazione, sia dal lato artistico che da quello umano. La serata è stata un incanto, nel porticato periferico del chiostro, nella piacevole brezza notturna, in una notte silente illuminata di stelle, abbiamo fatto venire quasi la una del mattino. Ma non è pesato a nessuno”.

Poi la trasferta in autobus, quasi un’ora, fino a Barga, l’arrivo e la salita a piedi lungo le viuzze medievali del paese. Ricordo due genovesi cantare una dolcissima canzone natalizia… con la damigiana in mano. Ma la serata non doveva finire così. Scrive ancora il cronista ligure.

“Quella notte il vostro scrivente ha sperato invano di sentire le mitiche dolenti ore di Barga, nonostante i campanili barghini si potessero quasi toccare con le dita (si riferisce alla poesia di Giovanni Pascoli tratta dalla raccolta “I canti di Castelvecchio). Ha sentito invece fino alle cinque passate di domenica tutti i canti del nuovo, vecchio e antico repertorio del nostro coro, richiamate alla memoria, non si sa come, dalla componente più scalmanata dei coristi, non solo nostrani ma, cosa che lo ha lasciato esterefatto, anche dagli svizzeri uomini e donne, fraternamente uniti nello sforzo della ricerca. Chi scrive davvero non immaginava che da una nazione nordica, interiorizzata come seria e compassata, un po’ teutonica infine, potessero echi così latini e “terroni”. Si è risentito di tutto! Si è assistito a spettacoli “obbrobriosi”: treni nella notte, lanci di acqua e canti e canti fino a toccare il fondo con “Vola colomba”. Mai più ci si sarebbe aspettato che la cultura e le tradizioni italiche potessero affondare, nei giovani ticinesi, radici così profonde. Sta di fatto che i vincoli dell’incipiente amicizia si sono rafforzati più in una notte che in settimane di comune convivenza.”

Sta di fatto che c’è stato chi la notte l’ha finita tutta in bianco, come i nostri due uomini di tempra antica: Edy e Gnagno.

Il mattino ridiscesa su Lucca, dove Elio Antiche ci ha fatto da splendido cicerone in città, visita cominciata salendo sui baluardi rinascimentali, che danno anche il nome al loro coro. Ancora curato e abbondante il pranzo, servito ai due cori ospiti nella casa di Elio, nella campagna toscana. Purtroppo pioveva a catinelle, ed eravamo fuori, sotto improvvisate tende di plastica. Ma né questo fatto, né la stanchezza accumulata hanno frenato l’allegria e il buon umore che oramai si erano impadroniti della comitiva.

 

 

 

8 dicembre 1997

CONCERTO DI MUSICA SACRA A TESSERETE

Alle 16 siamo tutti in chiesa a Tesserete. Ci troviamo davanti all’altare, dove sono state costruite le gradinate per mettere tre file di sedie. C’è molta agitazione: sono tre mesi che proviamo – spesso due sere alla settimana – e tutto è stato fatto per richiamare molta gente in chiesa. In più si tratta di una nuova esperienza, perché canteremo con una soprano (di quelle vere!) e con dei musicisti.

Manca solo il maestro. Deve esserci stato qualche inconveniente, perché è sempre il primo ad arrivare. Certo che sarebbe proprio una beffa non riuscire a fare questo concerto.

Sono le 16.30, l’attesa si fa spasmodica. Fortuna che qualcuno riesce a raggiungerlo con il telefonino: durante il viaggio da Milano, lui e i musicisti hanno incontrato delle colonne e sono stati ritardati; dovrebbero arrivare per le cinque.

Nel frattempo il Frenzi si mette all’organo e tutti assieme scaldiamo la voce. Durante questa fase l’Alessia, richiamata dal suono del telefonino, si precipita verso i banchi per rispondere. Scende a corsa le scale dell’altare senza pensare che ha ai piedi le scarpe con i tacchi alti. Risultato: una caduta e una scarpa senza tacco, che in seguito è stata brillantemente riparata dal Richi, improvvisatosi calzolaio. Ma non è l’unica a subire degli incidenti prima del concerto. Anche l’Elena, fuggita velocemente a casa per fare un bisognino (le solite conseguenze dell’emozione…), cade sulle scale di casa e “stramba” il piede. Dev’essere una giornata-no per le *”rosse” o presunte tali.

 

Alle 17.05 arriva il Romano con i concertisti. Una ventina di persone sono già in chiesa, anche se le porte sono state chiuse. Ci trova già schierati e prontissimi a provare. Da una grossa dimostrazione di self-control e riesce a non aggiungere agitazione a quella che già ci ha preso. Anzi… il vederlo arrivare ci ha tranquillizzati tutti, e poi quelle poche note che abbiamo cantato con lui sembra che siano intonate; la fiducia nei nostri mezzi comincia a crescere. Meglio così. In fretta e furia provano l’intonazione anche gli strumenti (organo e tromba) e la soprano. Poi vengono aperte le porte della chiesa. Una marea di gente si riversa dentro. Alle 17.25 tutti i banchi sono già pieni. Una squadra guidata dal Gastone parte verso l’oratorio per prendere altre sedie. Arriva ancora molta gente. Alla fine saranno circa 400 gli spettatori. L’ambiente che si è creato è emozionante; la chiesa è piena, ma nonostante questo c’è molto silenzio e raccoglimento.

 

Siamo tutti riuniti in sacrestia, già in fila per l’uscita. Poi il trenino parte, guidato dal Marco. 31 coristi, testa bassa e con le gambe traballanti, entrano in chiesa accompagnati dagli applausi del pubblico. Entra anche il maestro e attacchiamo con il “Jesus rex admirabilis”. È la prima canzone e forse si sente qualche incertezza. Poco importa, Romano sembra contento, e alla fine del pezzo fa un largo sorriso. Non so se sia un modo per darci fiducia o il segno che abbiamo lavorato bene. Dopo una prima convinta razione di applausi, ci sediamo a gustare il lavoro di soprano, tromba ed organo.

Non sono sicuramente la persona adatta a dare un giudizio musicale del lavoro dei musicisti ospiti. Sono però restato senza parole nel vederli cantare e suonare. E forse questa è stata la grande sorpresa per tutti i pievani venuti al concerto. Si aspettavano naturalmente di sentire il coro – che tutto sommato sentono già almeno a Natale e Pasqua – ma grande deve essere stata la loro sorpresa nel vedere al lavoro questi professionisti della musica. Anna, in particolare, ha riempito tutta la chiesa con i suoi suoni e ha fatto sognare tutti. Alla fine del concerto, molti hanno confessato di essersi emozionati e di aver avuto a più riprese la pelle d’oca.

Nel corso della prima parte abbiamo cantato anche l’Ave Maria di Arcadelt e lo Stabat Mater di Kodály. Personalmente sono rimasto toccato nel sentire l’Ave Verum di Mozart e l’Eternal source di Händel.

 

I primi brani della seconda parte del concerto li ascoltiamo in sacrestia, dove la musica giunge molto attutita. Poi rifacciamo l’entrata per il finale del concerto. Sono due pezzi ad effetto. Prima cantiamo a piena voce (tutti tranne la Margherita che questa sera ha deciso di cantare in “play back”) il Gloria Patri di Donizetti, accompagnati dall’organo. Poi il Panis Angelicus di Franck, che è il pezzo forte; per la prima volta del concerto siamo tutti assieme: trombettista, soprano, organista e coro. Così è emozionante anche cantare! Alla fine il pubblico dimostra di aver apprezzato: l’applauso è interminabile e naturalmente concediamo il bis. Corto, come vuole il maestro. Riprendiamo il pezzo finale del Panis angelicus. Anche l’applauso che segue il bis è forte e convinto. Ci becchiamo anche una “standing ovation” da parte degli ultimi banchi a destra.

Dopo il concerto buona parte del pubblico si reca all’oratorio dove è stato preparato un aperitivo. I commenti sono tutti entusiasti, la gente è contenta di aver vissuto questa serata. Molti sono sorpresi della qualità raggiunta dal coro, altri dicono di aver molto apprezzato i colori dati ai brani. C’è chi è entusiasta della soprano e chi trova il trombettista fantastico. Elogi e complimenti si sprecano.

La serata finisce al Ristorante della Stazione, dove ci rilassiamo mangiando una pizza.

 

Penso di non esagerare affermando che questo concerto resterà a lungo nella memoria di chi l’ha vissuto, cantando o ascoltando. A noi resta la soddisfazione di aver offerto alla gente questi momenti di intensa emozione.

Se questo è stato possibile, il merito va in primo luogo al Romano: per come ha saputo costruire il programma, trovare i musicisti e preparare il coro.

Tutti noi coristi ci rendiamo sempre più conto della fortuna che abbiamo avuto ad incontrare sulla nostra strada un personaggio di tale carisma, professionalità e simpatia. E i risultati ottenuti fanno capire meglio certi momenti di difficoltà o nervosismo che inevitabilmente vengono a crearsi durante il lavoro di preparazione.

Un’altra nota di merito va sicuramente al comitato. Noi cantori non dobbiamo fare altro che cercare di cantare bene. Il resto del lavoro (organizzare, preparare, cercare i soldi, scrivere lettere, tenere i contatti, eccetera, eccetera) spetta a loro. E non sempre è lavoro semplice o gratificante! Speriamo possano almeno consolarsi con il nostro grazie di cuore!

 

 

 

 

25 febbraio 1998

REGISTRAZIONE NEGLI STUDI TELEVISIVI DI COMANO

Ed eccoci anche in Televisione. Certo che da un anno a questa parte ne abbiamo fatta di strada! Penso sia proprio stato quel concorso in Radio dell’8 marzo 1997 a fare conoscere il Coro e a farne apprezzare le qualità anche al di fuori della Pieve. C’è stata la oramai mitica trasferta di Lucca, con il concerto di Borgo a Mozzano, la notte abbondantemente innaffiata di note e di vino in quel di Barga e l’amicizia nata con i coristi, soprattutto quelli d’Imperia. Poi un autunno in giro per il Ticino a cantare e il memorabile concerto di musica sacra dell’Immacolata. Per non dimenticare le varie messe alle quali abbiamo cantato, compresa quella dell’Abbazia di Piona, meta dell’uscita gastronomica dello scorso autunno. Ed ora è il turno della televisione, dove siamo stati invitati a registrare una puntata di “Amici Miei”, una trasmissione che verrà diffusa la sera del Venerdì Santo.

Bisogna dire che il nostro arrivo negli studi era stato abbondantemente preparato e annunciato da un ambasciatore d’eccezione: intendo il Gnagno, che a Comano è di casa, e che era sicuramente il più emozionato di tutti, trovandosi per una volta dall’altra parte della barricata.

Siamo arrivati alle 19.30 e subito il padrone di casa ci ha trovato uno studio nel quale abbiamo potuto provare e riprovare i due brani che avremmo eseguito: “Solito Paese”, richiesto dai produttori del programma, e un brano riflessivo, considerando il momento nel quale andrà in onda la trasmissione. Abbiamo scelto il “Signore delle Cime” nell’armonizzazione del Romano; l’esecuzione del quale è pur sempre una prima mondiale, mica uno scherzo! Certo che Gnagno ha dato l’impressione di comandare lui a Comano. Transitando in uno dei lunghissimi corridoi della TSI ho incrociato la produttrice del programma – la Maristella – che ci invitava a seguire il Gnagno, perché… “se l’ha detto lui, bisogna ubbidirgli!”.

Verso le 20.30 siamo entrati nello studio di registrazione dove abbiamo trovato gli altri protagonisti del programma e abbiamo capito quello che ci aspettava: si trattava di una trasmissione ambientata sul lago di Lugano, dove si parlava di lago e di pesca con Giuseppina Ortelli-Taroni (l’autrice de “Il Ceresio e la sua gente”) e suo marito pescatore. Per condire il tutto era stato chiamato il gruppo mandolinistico di Gandria (che ha suonato in play-back!) e la nostra corale. Il rapporto della corale con il lago? La presentatrice (Carla Norgauer che era in coppia con Pietro Bianchi) l’ha brillantemente fatto dicendo che dal convento del Bigorio si può vedere il Ceresio…

Comunque abbiamo prima provato sul luogo del delitto (la scalinata di una stazione ferroviaria), poi sono cominciate le cose serie. Dapprima c’è stata la prova generale “a secco”, cioè praticamente la prova generale della trasmissione (perché, come dice il buon Gnagnone, si tratterà di una finta diretta, quindi non è ammesso sbagliare), dove il regista ha studiato le inquadrature e l’”aiutante di scena” (credo si dica così) ha definito gli ultimi dettagli come gli spostamenti e le varie posizioni. Poi c’è stata la prova registrata.

Nel frattempo siamo stati una buona oretta sotto le luci dei riflettori che non solo sono accecanti, ma anche forti a tal punto da fare un effetto sauna. Tanto sugli uomini quanto sui pesci che si era portato appresso il pescatore: dopo un oretta di riscaldamento puzzavano in maniera indecorosa, tanto da creare proprio un ambiente lacustre, così che è stato più facile immedesimarsi nell’ambiente, forse un po’ meno nelle canzoni, dato che cantavamo “Signore delle Cime”.

Mi sembra che le persone presenti abbiano apprezzato la nostra performance; Solito Paese” è sempre un pezzo ad effetto per le variazioni di ritmo e per il lavoro dei solisti (Frenzi e Piergiorgio), che sono stati molto bravi. Il “Signore delle Cime”, con la nuova armonizzazione, susciterà sicuramente interesse e curiosità. Cantando mi sentivo ispirato, avevo veramente la sensazione che tutto stesse andando bene. La reazione del maestro è stata un po’ differente e il Romano non era molto contento del nostro lavoro, soprattutto per la parte dei tenori nel “Signore delle Cime”. Avremo l’occasione di risentirci e rivederci fra qualche settimana in televisione e forse allora si potrà dare un giudizio più completo.

Finito il nostro lavoro (erano circa le 22.30), sono entrati nello studio musicisti e coristi che avrebbero registrato la trasmissione seguente; chissà a che ora avranno finito! Una buona parte di noi ha poi preso la strada del grotto della Valletta a Massagno dove – grazie ai buoni uffici della Alessia – ci hanno cucinato la pizza fuori tempo massimo. Siamo tornati a casa abbastanza presto, anche perché molti dovevano riposarsi per affrontare pieni d’energia… la tre giorni del carnevale vecchio!

 

 

 

 

3 aprile 1998

CONCERTO CON I CANTORI DI PREGASSONA

Siamo stati invitati a una manifestazione che è giunta all’undicesima edizione: il concerto che annualmente i Cantori di Pregassona tengono in favore dell’opera umanitaria del dottor Maggi in Camerun. Tutti gli anni invitano un coro ospite; nell’albo d’oro ci sono diversi nomi conosciuti: i Cantori delle Cime, il coro CAI di Lissone, I Vos da Locarno, ecc. E quest’anno tocca a noi.

Siamo ospiti della bella chiesa di Biogno, il concerto è stato ben reclamizzato anche attraverso stampa e radio e così c’è un pubblico molto numeroso. Ad occhio e croce circa 200 persone senza i cantori. È una chiesa non molto grande, ma accogliente e con una buona acustica.

Sono i cantori di Pregassona a cominciare il concerto. Quasi quaranta persone entrano dalla sacrestia con i loro sgabellini e si mettono davanti all’altare in formazione perfetta. Belli da vedere ma anche da sentire. La loro musica è molto curata, per quel poco che capisco mi sembra che gli attacchi siano sempre buoni e anche i pezzi con la solista sono piacevoli da ascoltare. Il genere musicale è quello classico delle corali, i canti sono di genere riflessivo. Bella la ninna nanna e bello “adiu nugoro amada”, nel quale mi è sembrato di riconoscere le sonorità dei nostri amici Mongioje. L’interpretazione è sicuramente molto precisa e forse, rispetto al nostro modo di cantare, meno “colorata”.

A noi tocca la seconda parte. Il programma è stato costruito bene e così lo si può presentare a terne. La prima terna è quella della musica del 500 con l’Ave Maria – che cantato in chiesa ha ancor più valore di preghiera – la Pavane e “Je ne l’ose dire”, ormai dei classici sui quali andiamo sicuri e di sicurezza ne abbiamo bisogno perché la seconda terna sono tre brani quasi nuovi e comunque che cantiamo solamente noi. Dapprima il Signore delle Cime con l’armonizzazione del Romano. Quei passaggi di “fortissimo” devono aver cominciato a scaldare l’ambiente e l’applauso alla fine è molto convinto. Nel frattempo strappa un applauso anche il Nicola che già ha dato un contributo all’opera del dottor Maggi andando lui stesso a lavorare come medico per qualche mese in Camerun. Il Dirk l’applauso non se l’è preso, ma se lo sarebbe meritato perché è riuscito a cantare tutto il repertorio nonostante venga alle prove della corale solo da pochi mesi; è stato il suo primo concerto con la nostra corale. Poi il classico “Solito paese”, che questa volta viene introdotto dalla lettura della poesia originale che Plinio Martini scrisse nel 1951. Un omaggio che gli dovevamo. Finiamo la seconda terna con la prima mondiale del brano di Romano “La canzun di lavander sul Tisin”; forse un po’ incerto il finale, ma anche questo brano deve essere piaciuto. Il pubblico si è scaldato; si vedono facce attente e sorridenti, in prima fila c’è come sempre il Gabriel che canta anche lui a tutta bocca ed è un piacere vederlo. Qualche battuta nella presentazione e il pubblico è ormai conquistato.

Terminiamo con due canzoni “popolari”. Anche il Compare Giacometo con i suoi poropopom e plum plum (la terza armonizzazione di Romano nella stessa serata, cominciamo ad essere un coro con repertorio originale!) diverte il pubblico. Sento che le voci escono forti e sicure, sento che il coro si sta divertendo nel cantare, è forse la prima volta che ho questa piacevole sensazione (intendo dire quando siamo davanti a un pubblico). Ritornando nei ranghi dopo una presentazione li ho visti tutti scomposti e con le facce sorridenti; mi sembra che questa sera siamo un vero gruppo. Bene la Sisilla, anche perché possiamo introdurla con la spiegazione scritta appositamente per noi dal suo autore: Bepi De Marzi. Il bis questa volta lo siamo andati a cercare promettendo il Bona Nox a patto di ricevere abbastanza applausi. Così è e mi sembra convincente anche questo ultimo canto: prima a voce bassa, poi alta, poi sussurrato, poi appena accennato. Quasi quasi ci scappa un altro bis. Ho avuto la sensazione che siamo riusciti a contagiare il pubblico con la nostra allegria e la gente, uscendo, era serena e sorridente.

Il commento più simpatico l’ha fatto un amico che era tra il pubblico più per dovere che per piacere. “Sai – mi ha detto – pensavo di andare ad una di quelle solite serate, sai com’è, i canti popolari non è il massimo del movimento, e invece mi sono divertito con la vostra musica; è proprio stato bello!”

 

Dopo il concerto siamo stati ospiti delle scuole di Breganzona dove abbiamo consumato il rinfresco assieme ai pregassonesi. Loro hanno cantato a varie riprese, noi abbiano solamente rifatto il “Me compare Giacometo”. Penso che il Romano non sia molto soddisfatto di come cantiamo dopo i concerti e allora abbia preferito evitare di farci cantare.

 

 

 

 

13-14 giugno 1998

TRE CORI A TESSERETE

Siamo tutti un po’ emozionati e stressati per questa occasione: si vuole fare bella figura con gli ospiti e ricambiare gli splendidi momenti vissuti l’anno scorso in terra toscana, si vuole fare bella figura davanti al nostro pubblico, si vuole fare sapere a più gente possibile che c’è il concerto. Per cui l’impegno è grande già in fase di preparazione: per chi deve preparare i menu, la “verzata”, la grigliata, le torte e manicaretti vari; per chi deve convincere i giornalisti a lanciare l’appuntamento; per chi deve scegliere il programma dei canti; per chi deve cercare la damigiana di vino; per chi deve trovare una sistemazione a buon mercato alla cinquantina di ospiti; per chi deve pensare a cosa far loro vedere del nostro territorio.

 

Permettete una parentesi. Dato che la “cronaca” degli appuntamenti della nostra corale è cominciata solo l’8 dicembre 1997, devo parlare degli antefatti di questo concerto, anche se sono stati brillantemente riportati dalla Sandra sul numero 7/8 della “Rivista svizzera delle corali”. In sintesi, mi limiterò ad alcuniflashes.

Anche in seguito all’esibizione radiofonica con il “Solito paese” (che per noi resterà sempre il “Vivere afferrando un cactus”) siamo stati invitati al Festival internazionale di canto popolare “Media Valle canta”, che si svolge nella regione di Lucca. Partiamo così il 31 maggio 1997, senza sapere molto di quello che ci aspetta, con una corale decimata ma motivata a non lasciare cadere questa notevole occasione.  A Borgo a Mozzano siamo accolti nel bellissimo convento francescano che la Misericordia del paese ha adibito a casa di riposo per anziani. Lì faremo anche il concerto alla sera, davanti ad un centinaio di persone. Commovente l’esibizione del coro “Mongioje” di Imperia, che mostrano notevoli capacità vocali e varietà nella scelta dei brani. Ma il bello viene dopo: un curatissimo buffet freddo e tanta voglia di cantare. Andiamo avanti sul sagrato della chiesa fino alla 1.30, poi si prende il pullman per raggiungere Barga. Arrivo qui verso le due e salita lungo le stradine pedonali di questo borgo verso l’ex-monastero, ora conservatorio, nel quale dormiamo. I più valorosi portano con sé la damigiana, che viene svuotata durante il resto della notte, mentre pochi cercano di dormire e molti cantano. Al mattino ci accorgiamo dell’incantevole luogo nel quale siamo stati portati, diamo un’occhiata alla stupenda cattedrale medievale e ci infiliamo nei vicoli che respirano ancora il Medioevo. Poi partenza verso Lucca, visita della città, delle sue chiese e fortificazioni. Pranzo a casa di Elio Antichi, sotto dei ripari di plastica improvvisati dato che piove e ancora molti canti. Rientro a Tesserete dove arriviamo che è già notte fonda.

 

L’esperienza toscana non è rimasta solo un bel ricordo, ma l’amicizia con i coristi (soprattutto quelli di Imperia) si è mantenuta, tant’è che in particolare Ricki e Donata hanno trascorso alcuni week-end in Liguria. E così abbiamo colto la palla al balzo per organizzare questo concerto e offrire al nostro pubblico della Pieve l’occasione per gustare tradizioni musicali un po’ lontane dalle nostre.

Tutto era pronto già dalle primissime ore del pomeriggio del 13 giugno, se non che… gli ospiti erano in notevole ritardo! Problemi di pullman e strade, sta di fatto che il ricevimento-spuntino delle 17 alla caserma è “saltato”, loro sono arrivati alla caserma verso le sette e mezza, hanno mangiato in fretta e si sono presentati in chiesa alle 20.30, l’ora prevista per l’inizio del concerto. E così abbiamo cominciato il concerto un po’ scombussolati e con un quarto d’ora di ritardo. C’era molta gente, anche se non come le volte precedenti (e cioè questa volta quasi tutti hanno trovato da sedere…) e ad alcuni sembravano pochi. Per la terza volta consecutiva facciamo a Tesserete il “Tutto esaurito”; ci stiamo abituando troppo bene!

Abbiamo cominciato a cantare noi della “Vos” presentando quattro pezzi, anche per non appesantire il concerto e lasciare largo spazio ai nostri ospiti. Abbiamo cominciato con il “Signore delle Cime”, che anche se è un brano molto sfruttato è sempre emozionante, specialmente con l’armonizzazione del Romano, piena di colori. Poi ci sono state due novità: la prima completa della “Canzùn di lavandèr sul Tisìn” e il dolcissimo “A sera”, che ha portato alle lacrime il Tommaso, figlio del Nicola, che stava lì in prima fila. Anche il Marco Lepori aveva le lacrime, ma lui per l’emozione di poter suonare le campane all’inizio del brano. Emozionata era anche l’Alessia, che ha fatto la solista in questo pezzo e ha letto come una presentatrice di quelle vere tutti i testi che introducevano i canti. Qualcuno non conosceva ancora a memoria le parole di queste due canzoni e così, specie nelle retrovie, si sono visti parecchi bigini. L’esecuzione è stata buona, forse a tratti ancora un po’ esitante (acerba), anche per mancanza di abitudine. Terminiamo con un brano allegro: “Me compare Giacometo”, anche questo armonizzato dal Romano, che cantiamo però in modo un po’ frenetico. Ma ci sarà anche questa volta tempo per analizzare pregi e difetti del nostro lavoro, perché anche questo concerto è stato registrato dal Luca che dovrebbe farne un CD.

Da notare che non abbiamo ripresentato nessun canto già portato al concerto dell’anno scorso e che ben tre dei nostri quattro canti erano proprio “nostri”, e cioè creati o armonizzati dal Romano. Credo sia segno di una certa originalità e di un discorso musicale che ci permette di mostrarci a testa alta davanti al pubblico.

Si passa la palla ai toscani, che cominciano con il repertorio popolare. Elio Antichi ha fatto subito colpo e, da toscano verace, è riuscito ad entusiasmare la platea con le sue presentazioni piene di verve.

Molto interessanti e vivaci i canti, che ci hanno proiettato nella cultura toscana. Il loro concerto è terminato con un canto francese e uno venezuelano: quell’”Alma Llanera” armonizzato dai Mongioje e che hanno eseguito con il chitarrista del coro ligure. Doveroso il bis.

Terza tappa di quello che è stato presentato come un Giro d’Italia in musica, quello che ci ha portati a Imperia. A dire il vero il coro era decimato, soprattutto nelle sue voci alte (tre defezioni per incidenti nell’ultima settimana) e così il repertorio non è stato quello annunciato (ma “I programmi sono fatti per essere cambiati”, mi ricordo aver sentito una volta dal nostro ottimo maestro). Hanno così ripiegato su alcuni classici del loro repertorio, su un canto dedicato ai bambini in cui si sentiva il ciuf, ciuf del trenino e su canti di Natale. Questo perché (mi hanno detto di non dirlo), stanno preparando un CD di musica natalizia con armonizzazioni originali per la casa musicale EMI. Notevole il canto di Bach, emozionante quello gospel. Terminano in crescendo, lasciando emergere la loro allegria e spigliatezza, con due o tre bis. Veramente un coro fantastico, anche se mancavano quegli assoli che avevamo gustato l’anno scorso.

 

Poi la festa alla caserma, dove in un clima più rilassato abbiamo mangiato, bevuto, cantato e ballato. Il menu è degno di essere raccontato. Prosciutto cotto con verzata, fagiolini e patate. Formaggio dei nostri alpi. Favoloso buffet di dolci. Damigiana di vino rosso. Caffè. Roba da far invidia a una festa da matrimonio. Il tutto curato e cucinato in maniera fantastica (complimenti alla troica di cuochi, affiancati e in parte guidati dal Gnagno). Le libagioni sono state accompagnate dalla musica del Frenzi, che si è scatenato con la tastiera. Io sono partito verso l’una e trenta, quando una ventina di persone stavano ballando la Macarena con una coordinazione perfetta. La festa è continuata fino all’alba, tant’è che alle 5, qualcuno che stava prendendo la strada di casa è stato salutato con una secchiellata d’acqua fresca caduta per caso dai dormitori al terzo piano della caserma.

Non sto a raccontare le facce degli ospiti alle otto del mattino, quando ci siamo trovati dal Patrick per fare colazione. Siamo comunque riusciti a caricarli tutti sul pullman e a dirigerci verso Paradiso, da dove li abbiamo caricati sulla funivia che porta al san Salvatore. Arrivare sulla vetta e guardare il panorama a 360 gradi con i colori del lago, dei monti, della città e delle colline di una limpida mattina di giugno è un’emozione che resterà per sempre scolpita nell’animo di chi l’ha vissuta, anche se la vista era un po’ annebbiata dalle poche ore di sonno. E i due canti dei liguri e dei toscani, che si sono innalzati dalla terrazza panoramica della vetta sono andati dritti a toccare il cuore anche dei turisti presenti lì per caso.

Poi abbiamo fatto la classica operazione turistica portando i nostri ospiti a guardare le vetrine di via Nassa e in piazza Riforma, dove hanno potuto comperare cioccolata e ricordini.

Al rientro in caserma ci aspettava ancora un notevole e cospicuo banchetto. Aperitivo (restava ancora un po’ di vino bianco, perché il Carlo aveva cercato di finirlo tutto dato che quelli che erano andati a Lugano erano un po’ in ritardo). Risotto di riso e orzo, cucinato dai cuochi della riseria. Grigliata dello Gnagno con patate. Formaggi della casa. Buffet di torte. Vino e caffè. Anche in materia di pasti abbiamo saputo essere accoglienti. Si è ancora cantato, su richiesta degli amici l’abbiamo fatto anche noi, e bene, anche se non c’era il Romano. Ma Frenzi (che per la prima volta aveva pubblicamente diretto il coro il giovedì precedente durante la festa del Corpus Domini) ha tenuto in mano il gruppo. Se ben ricordo abbiamo fatto “Je ne l’ose dire”, “La Sisilla” e “Bona nox”. I Mongioje sono stati ancora una volta superlativi con il “Benia Calastoria”.

Alle cinque è ripartito il pullman per l’Italia, dopo i ringraziamenti e i complimenti per quello che abbiamo saputo offrire e a noi, con addosso una gran stanchezza, è restato il compito di pulire, riordinare, mettere apposto. Durante questo week-end abbiamo sgobbato tutti come negri, ma questo è forse anche un segno che il coro è compatto e che tutti lavorano duro per la riuscita di quello che si intraprende. Sicuramente avrò dimenticato qualcosa o qualcuno in questa breve relazione. Me ne scuso già sin d’ora.

 

 

 

 

4-5 e 11-12 settembre 1998

LA NOMINA DEL PIEVANO (TEATRO DELLA PIEVE)

Già in inverno si era cominciato a parlare di questa manifestazione e ad aprile sono arrivati finalmente gli spartiti con musica originale di tipo medievale. Diventava quindi possibile provare, anche se poco si sapeva di quello che ci stava aspettando. Dopo vari conciliaboli che hanno vista coinvolta anche l’altra corale di Tesserete, sono stati definiti i nomi degli eroici (o incoscienti, fate voi) volontari. Cominciamo dalle donne soprano: c’erano la Giusi, la Pia, l’Ada, la Valeria, l’Elena e l’Alessia. I contralti erano invece Margherita, Carmen, Mariella, Carla, Daniela e Lucia come rinforzo. Le voci alte maschili erano quelle di Luigi, Frenzi, Gnagno, Edy e Armando (Piergiorgio non ha cantato perché impegnato come attore e come organizzatore); i bassi erano Richi, Guido e Marco Lepori, Nicola e Maurizio. Questa composizione ha così affrontato lo studio della musica medievale appositamente composta da Irlando Danieli, professore di musica medievale al Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano e vecchia conoscenza del nostro maestro. Maestro che prima sembrava dover fare solo l’istruttore del coro, ma alla fine l’abbiamo apprezzato anche come direttore di coro ed orchestra.

Sta di fatto che prima dell’estate abbiamo studiato le parti (almeno una decina le prove) anche se solo due volte siamo riusciti a provare assieme agli strumentisti, che altro non erano che un manipolo scelto di eroici (o incoscienti, fate voi) musicanti della Filarmonica Capriaschese.

Nuova sfida dunque, che consisteva sia nel capire e cantare la musica medievale (con i suoi numerosi cambiamenti di tempo), che nel cantare accompagnati dagli strumenti di una banda e assieme a dei solisti.

 

Dopo la pausa estiva sono cominciate le cose serie. Praticamente due settimane di prove continue, con questa volta presenti tutti i partecipanti allo spettacolo. Si sono fatte le cose in grande e le persone coinvolte per questo teatro erano oltre un centinaio: registi e attori, tecnici per le luci e lo schermo, costumisti, danzatori, truccatori, suonatori, coristi e solisti (soprano e baritono), che però si sono presentati solo pochi giorni prima della “Prima” e così ci sono stati un po’ di problemi a capirsi, anche perché il baritono era stanco e aveva fatto 1500 km in automobile…

La nostra parte consisteva in quattro musiche.

“Oh musa Criviasca” era una specie d’invocazione alla musa che ha ispirato la pièce (nel teatro c’era un po’ di latino, un po’ di dialetto, musica impegnativa, testi in italiano medievale, qualcosa del rügin, e chi più ne ha più ne metta; il tutto ha un po’ perturbato gli spettatori che faticavano a trovare il filo dello spettacolo). L’inizio del brano, “Tempus edax rerum…”, era recitato più che cantato, e questo aggiungeva ancora un ostacolo al nostro lavoro. Altre difficoltà sono state quelle di combinarsi con il baritono che faticava a piegarsi alle esigenze del Romano.

Il secondo brano veniva eseguito dopo alcune battute del teatro: precisamente dopo che gli attori si lamentavano per gli oggetti che erano stati loro rubati, si trattava di un brevissimo pezzo con il testo della filastrocca di “Sant’Antoni dal porscèl”.

Il terzo pezzo, quello sugli ordini monastici veniva dopo il sermone dell’eremita di Gola di Lago, che fustigava i costumi lascivi di certi monaci. Andare tutti a tempo cantando l’”hic” degli ubriachi era praticamente impossibile, credo che solo nell’ultima rappresentazione ci siamo riusciti. La parte non era sicuramente molto corrispondente all’immagine che preferisco del Medioevo; a mio modo di vedere l’autore (Gabriele Alberto Quadri), ha insistito troppo sulle manchevolezze della Chiesa medievale, senza valorizzarne gli aspetti positivi. Ciò non toglie che alcune parti recitate erano veramente notevoli. Penso alla drammaticità del monologo dell’appestato (non capito da tutto il pubblico ché c’era anche chi rideva…) o all’ironia del magnano. Eccellenti comunque tutti gli attori. Il testo era forse troppo colto, e i richiami alla cultura e alla vita medievale nelle nostre Terre (i Seregnesi, i Guelfi e i Ghibellini, il Bramante, …) troppo difficili da capire per i non iniziati. Anche la lingua (molti termini dialettali sono ormai desueti) impediva di cogliere appieno il significato del testo, anche se verso la fine, dopo aver visto una mezza dozzina di rappresentazioni tra prove e spettacoli, facevamo a gara ad anticipare le battute. Ma forse non era questa (quella cioè di una storia con capo e coda) l’intenzione principale dello spettacolo, quanto piuttosto quella di calare il pubblico in un atmosfera da Medioevo (insomma, per inquadrare la questione, quelli creati dal Quadri erano come dei quadri d’ambiente medievale). E lo splendido scenario del sagrato della chiesa, i costumi altrettanto splendidi e le musiche, hanno sicuramente permesso di fare questo salto nel tempo.

Il quarto pezzo cantato era previsto subito dopo la pausa (e il notevole “vin brulé che-ci-voleva-tutto-specialmente-con-quel-freddo-bestiale). Si trattava della Gagliarda che veniva anche ballata da cinque coppie, “donne con enormi poppe, i cavalieri, le donne floride, la, la, la”. Tra le due ripetizioni della musica c’era anche una parte recitata molto impegnativa, “piatti e coltelli d’argento, perbacco, molte s’accumulan…”.

Il nostro compito finiva dopo questo pezzo e restavamo in posizione a seguire tutto il secondo tempo e ad aspettare gli applausi finali. Vestivamo un pastrano viola con cappuccio, uguale per tutti, che più che un coro ci faceva sembrare a un gruppo di adepti della setta del Tempio Solare.

 

Devo dire che durante le prove mi sono sentito parecchio insicuro: gli attacchi erano fatti anche in base agli strumenti e ai solisti, e il tutto era maledettamente più complicato che quando canta da solo il nostro coro.

Bene abbiamo fatto nella prova generale (tant’è che il Romano è venuto a dirci che si chiedeva come mai, per sentirci cantare bene, dobbiamo essere alle prove generali o al concerto).

Meno bene sicuramente la prima sera, che è stata il sabato 5 settembre perché la sera precedente minacciava di piovere e lo spettacolo è stato rinviato (verso le 22.30 si sono aperte le cateratte).

Meno bene anche le altre due sere. Abbiamo però concluso in bellezza con l’ultimo spettacolo (domenica 13 settembre), nonostante facesse un freddo ladro (qualcuno ha misurato 12 gradi), ma secondo me quella sera siamo andati assieme anche per l’”hic” dei monaci ubriaconi.

Mi domando comunque se – a parte il Romano e l’Irlando che era lì dietro la schiena dei solisti musici (mandolino e tastiera a mo’ di clavicembalo) e cantori – qualcuno abbia sentito le stecche (poche) o gli attacchi malfatti (molti). Eravamo all’aperto, non così vicini al pubblico (specie quelli all’estremo opposto del sagrato) e in parte sopraffatti dalla musica.

Mi preme segnalare anche un aspetto particolare di questo modo di cantare: si poteva farlo a pieni polmoni. Certamente non abbiamo curato molto le sonorità, ma almeno facevamo uscire la voce con potenza.

Globalmente è stata un’esperienza molto interessante. Come tutte le cose nuove ti permette di misurarti con una situazione dalla quale si può imparare nel bene e nel male.

A prescindere dall’aspetto musicale, di cui ho già parlato, abbiamo avuto l’occasione di lavorare in modo intenso (quattro spettacoli e due prove generali in 10 giorni) e con svariate persone (più di 100); è stata così l’occasione per vivere da primattori il “dietro le quinte” di un teatro e conoscere nuove persone

.

Ho apprezzato anche i momenti rilassanti (molto più frequenti che in un concerto dove siamo sollecitati con maggiore frequenza) sia prima che durante che dopo lo spettacolo. Peccato per l’Elena, azzoppata da una caduta, che non ha potuto giungersi al coro mentre l’Armando è stato semplicemente eroico e ha partecipato nonostante avesse appena subito un’operazione alla gamba.

Nelle quattro serate saranno stati presenti complessivamente un migliaio di spettatori.

 

 

 

 

19 dicembre 1998

CANTIAMO IL NATALE

È la seconda volta che la nostra corale partecipa a questa manifestazione; la prima fu due anni fa. Si tratta di riunire alcune corali (quest’anno sono 8) che si esibiscono in canti natalizi.

Noi ne abbiamo preparati tre particolarmente suggestivi: “Resonet in laudibus”, “Oggi a Betlemme un bimbo è nato” e “La notte declina”. Sono tutti brani antichi, dalle melodie dolci e delicate, proprio intonati con il Tempo di Natale. Tutti e tre raccontano la gioia e la pace della nascita di Gesù. “Apparuit, quem genuit, quem genuit Maria”, cantato così, con un filo di voce, ci fa quasi entrare in quella grotta santa a contemplare il Mistero che lì si sta svolgendo.

 

La manifestazione si svolge a Lugano, nella chiesa del Sacro Cuore, dove tutti i banchi davanti sono stati riservati ai coristi e dove sono convenute altre duecento persone.

Lo spettacolo non è esaltante; sia per la qualità che per le proposte dei cori presenti.

Nella prima parte si sono esibito il gruppo strumentale della Scuola media di Camignolo (bravi nella scelta dei pezzi e sicuramente validi nella parte musicale, considerando che si tratta di ragazzi), il gruppo Los Olivos di Osogna (giovani che si sono prodotti in musica Gospel, con un dubbio accompagnamento alla tastiera, dei problemi nell’equilibrare le voci, tant’è che il solista praticamente non si sentiva), il gruppo Insieme di Mesocco (un terzetto con quarto incomodo, che ha finito con un assolo di fisarmonica dove è emersa la bravura del suonatore ma che con il Natale c’entrava come i cavoli a merenda) e i cori Sacro Cuore e Acli di Lugano (mi sono sembrati abbastanza imprecisi, tanto che a volte si riconoscevano le voci dei singoli coristi; inoltre credo che avrebbero bisogno di ringiovanire i ranghi).

Dopo l’intermezzo d’organo è toccato a noi. Qualcosa non ha funzionato per il verso giusto e addirittura nel “Resonet” i contralti non sono riusciti a prendere la nota e a cantare la prima strofa!

Anche noi eravamo poco coro, ho avuto la sensazione che ognuno cantasse a modo suo, senza ascoltare gli altri. Almeno personalmente non mi sentivo per niente a mio agio.

Diverse possono essere state le cause. Forse perché non abbiamo avuto tempo di scaldare la voce e di salire sul palco prima di cantare. Forse perché eravamo messi in modo diverso rispetto alle prove del lunedì (noi bassi, per esempio, non sentivamo le voci dei contralti (magari, data la serata, è stato meglio così) che abitualmente abbiamo quasi in faccia. Forse perché eravamo un po’ scombussolati dalle produzioni precedenti. O forse semplicemente perché è stata proprio una serata-no. Anche il Romano è arrivato stanchissimo, direttamente da Macerata poco prima dell’inizio del concerto, così che non siamo riusciti a guardarci in faccia prima di cominciare a cantare.

In tutte queste perplessità una nota positiva: i testi brillantemente letti dall’Armando che ha funto da presentatore e l’esordio in pubblico dell’Ivana e dell’Elide.

La serata è continuata con il coro parrocchiale di Cristo Risorto (anch’esso modesto, a mio modesto parere) e quello di santa Teresa a Viganello (decisamente più brillanti e musicalmente corretti). Non conoscevo la parte del canto d’assieme e così, nel finale, mi sono ritrovato a cantare trasportato dalle altre voci e senza capire bene dove stessi andando. È stata una sensazione poco simpatica.

Alla fine i volti perplessi nella nostra corale erano parecchi: per come abbiamo cantato noi e per tutto l’insieme della manifestazione. Alcuni contralti manifestavano propositi di ritiro dopo la clamorosa esibizione.

Cercheremo di far meglio la prossima volta. Ma ci sarà una prossima volta? Vedendo l’esito di questa manifestazione non ne sono sicuro, anche se alla fine del concerto uno degli organizzatori ha avvicinato l’Armando suggerendogli che dovrebbe essere la nostra corale ad organizzare fra due anni questo concerto di Natale. Non so se, fra i nostri coristi, molti saranno d’accordo…

 

 

 

 

23-24 gennaio 1999

SI REGISTRA IN CHIESA!

Week-end tutto dedicato al coro in questa fine di gennaio. Si è infatti deciso di cominciare a incidere dei brani in vista di quello che dovrebbe essere il primo disco in assoluto della corale (per un tale avvenimento si sono dovuti aspettare già 77 anni!). Il primo appuntamento è per le 13.00 di sabato. È una bellissima giornata, e dopo aver messo i cartelli alle porte della chiesa chiudiamo – nonostante l’avviso contrario del sacrestano – i portoni a doppia mandata e ci barrichiamo in quella che per due giorni diventerà praticamente la nostra casa.

Il coro è quasi al completo e così sarà fino alla fine dei lavori; unico assente: l’Armando. Cominciamo “riscaldando” la voce; è un esercizio che pratichiamo sovente in questi ultimi tempi. Infatti una parte del coro ha cominciato a svolgere i corsi di vocalità. Sono tre gruppi che si ritrovano al mercoledì sera. Le lezioni durano 45 minuti e sono condotte da un simpatico ritorno: Isa, la soprano che aveva cantato da solista durante lo spettacolo “La nomina del Pievano”. Circa i due terzi dei coristi hanno deciso di seguire questo corso che durerà una decina di settimane.

Ma torniamo alla nostra registrazione. L’inizio dei lavori è sicuramente incoraggiante e le canzoni che proviamo mentre Luca prepara le installazioni per la registrazione (si tratta di due microfoni posti su un’asta, all’altezza di circa 2 metri) riescono decisamente bene. Meno bene invece, quando dobbiamo fare sul serio. I primi brani che registriamo sono: “Je ne l’ose dire”, “La pavane” e il “Signore delle cime”. La concentrazione è al massimo e vengono curati anche i minimi dettagli; tante possono essere le fonti di rumore che disturbano: i motorini che passano di fuori, il Romano che picchia sull’asta del microfono, la sedia della Renata che non è bene appoggiata sul tappeto, la Mary che forza sui chiavistelli della porta cercando di entrare, il riscaldamento della chiesa che comincia a funzionare (e qui giochiamo una carta pesante spegnendolo, speriamo che il sacrestano non se ne accorga altrimenti saranno guai) le chiavi della Renata che sono nella tasca del suo mantello, eccetera eccetera. Il punch della Lucia e il tè delle altre pie donne ci riscalda durante la prima pausa. Bisogna dire che giungono a proposito in quanto in chiesa fa un freddo boia. E poi le nostre donne sono veramente delle ottime cuoche; se non sfonderemo come corale, potremo sempre metter su un tea room. Nella seconda parte registriamo “La canzun di lavander sul Tisin”, “Me compare Giacometo”, “A sera” (e qui l’inizio delle soprano è stato rifatto circa 827 volte) e il “Kjrie” (ma quest’ultimo solo per vedere l’effetto che fa). Usciamo distrutti dalla chiesa poco prima delle cinque, mentre sta avvicinandosi minacciosamente il signor Alloi.

L’appuntamento serale è per le 19.30. La gente è vestita come se stesse per partire per una settimana bianca. La Carmen s’è messa ai piedi addirittura i Moon Boot. Lavoro intensissimo fino alle 22.30, interrotto dalla solita squisita merendina. Si registrano: “A sera” (questa volta l’attacco è fatto da solo 3 soprani), l’”Ave Maria” di Arcadelt, la “Sisilla” (per la gioia dell’Edy), “Je ne l’ose dire”, “Signore delle cime”, “La Pavane”, “Solito paese”. Solo pochi riescono ancora ad andare a bere qualcosa; la maggior parte se ne torna a casa e sprofonda nel sonno riposatore.

Domenica l’appuntamento è ancora per le 13.00. La giornata inizia con il “giallo” della chiave che ieri sera è stata misteriosamente tolta dalla toppa e non ci ha permesso di chiudere la chiesa. Il Richy ha così dovuto piantonare l’entrata fino all’una di notte. Dopo l’arrivo del Luca si riprende a registrare. Di nuovo facciamo: “Monte Pasubio”, “La notte declina”, “Oggi a Betlemme”, il finalino di “A sera” e “Bona Nox”. Terminiamo verso le 16.30. Tutti abbiamo ormai scaricato le batterie e ritorniamo esausti a casa.

 

 

Una tale esperienza merita alcuni spunti di riflessione. Eccoli.

 

·      Durante i tre momenti della registrazione praticamente il coro è stato al completo. Questo significa che tutti hanno saputo ritagliarsi uno spazio da dedicare al lavoro comune e anche chi aveva altri impegni ha dato la precedenza alla corale. È in questi momenti che si vede concretamente che tutti stiamo tirando la stessa corda.

 

·      Abbiamo misurato concretamente cosa significa fare una registrazione. È un lavoro estenuante, che richiede enormi capacità di concentrazione.

 

·      Abbiamo lavorato assieme per quasi dieci ore, e credo che l’abbiamo fatto con impegno dato che, a parte i 2473 attacchi dell’”A sera”, quasi mai ci siamo fermati perché qualcuno ha steccato, rotto la voce o stava stonando. Le varie ripetizioni dei brani erano dovute al fatto che si poteva fare “ancora meglio”.

 

·      È stata l’occasione per migliorarsi ancora. In particolare abbiamo dovuto lavorare parecchio per riuscire a tenere sempre la stessa intonazione (certi pezzi verranno magari tagliati e ricuciti, era quindi indispensabile cominciare tutte le strofe di una canzone con la stessa nota). Si vedeva spesso la smorfia del Romano che inarcava il labbro superiore e mostrava alle soprano l’indice rivolto all’insù. Un altra cosa che abbiamo dovuto parecchio curare sono stati i suoni che dovevano, come si dice in gergo, essere “coperti”.

 

·      Mi sono posto una domanda: è possibile riuscire a cantare ancora bene dopo quasi 10 ore di lavoro? Ho avuto l’impressione che i pezzi più riusciti erano quelli che cantavamo all’inizio di ogni seduta. Dopo un po’ la stanchezza aveva il sopravvento e la concentrazione veniva un po’ meno. Si tratta evidentemente solo di una sensazione, sarebbe bello vedere quali sono state le parti ritenute per il cd, se quelle cantate all’inizio o alla fine di ogni seduta di registrazione.

 

·      L’ultima osservazione riguarda il nostro maestro. Personalmente, domenica sera ero distrutto. Il mio compito era però molto semplice: cantare. Credo che la concentrazione del maestro debba essere stata almeno tre volte maggiore. In più ha sicuramente lavorato ancora tra una prova e l’altra. Come farà a farcela? Siamo davanti a un Superman della musica?

 

 

 

 

8 maggio 1999

SERATA CAPRIASCHESE

L’idea circolava da qualche mese: si voleva fare un concerto alternando le nostre canzoni con la lettura di testi del maestro Franco Ferrari. Avevamo però cincischiato un po’. Poi le cose si erano tutto a un tratto schiarite e decidemmo di lanciarci. L’incontro determinante fu un mercoledì sera di marzo, alle sette, nell’ufficio del Riki mentre fuori pioveva di gusto. Erano presenti: Romano, Riki, Luigi, Franco Ferrari e chi scrive. Avevamo in mano alcune bozze della locandina da pubblicare sul bollettino parrocchiale e tre pagine scritte da Franco. Io mi ricordo, chissà perché, ancora le caramelle che Riki mi offrì; sono comunque state un assaggio del dolce gusto che avrebbe preso questa nuova avventura.

Da cosa nasce cosa e già lì buttammo sul tavolo nuove idee e proposte. Venivano soprattutto dal Romano, che indubbiamente è quello che più di tutti conosce come costruire uno spettacolo. Noi forse, che fino allora non osavamo, spronati dalla carica del nostro maestro ci lasciammo prendere la mano.

Inizialmente si pensò a sette testi scritti da Ferrari, ognuno di circa una pagina, che parlano della vita in Capriasca, alternati a sette canzoni, tutte tolte dal repertorio di canti ticinesi o lombardi. Si cercò poi di rendere più vivace il momento della lettura dei testi: qualcuno parlò di diapositive, contattammo il Gastone della Lucia per chiedergli di curare la parte tecnica, lui suggerì di mettere dei disegni sul retroproiettore, qualcuno disse di farli fare appositamente da un artista e un altro propose il Paolo Foletti, il quale accettò e si disse disposto a disegnare direttamente sul lucido, mentre che si leggeva il testo. La faccenda cominciava a diventare complessa e ci voleva qualcuno che coordinasse il tutto. Durante il “Teatro della Pieve” avevamo conosciuto e apprezzato l’aiuto regista, Enrico Sassi, e si decise di far capo a lui che accettò con entusiasmo. Enrico trovò poi che bisognava assolutamente fare qualcosa di bello anche con le luci e tirò sotto il Thomas Schutz che è uno che lavora in tele e di luci se ne intende. E poi qualcuno ancora propose di fare anche della musica e c’era chi conosceva due maestri delle elementari, Jürg e Dario, che accettarono con entusiasmo. Si pensò anche ai manifesti e si riuscì a convincere il Paolo di fare un disegno che poi abbiamo riprodotto in una ventina di copie che sono in parte state regalate ai collaboratori dello spettacolo e in parte vendute.

In due mesi riuscimmo a preparare il tutto. Noi della corale dovemmo lavorare specialmente su due nuove canzoni: la Contadinella della Valcolla (roba buona anche da tenere per il futuro, anche perché ben si sposa con il nostro costume) e l’Emigrante ticinese, cantato dai soli uomini.

Nella settimana precedente il concerto dell’8 maggio lavorammo in chiesa, per provare testi e disegni (martedì), canzoni (mercoledì), movimenti in scena (venerdì). Mercoledì arrivò anche la televisione che realizzò un bel servizio per lanciare l’avvenimento. Ricordo con piacere le serate di questa settimana, che si concludevano sempre attorno alla tavolata del Patrick al bar di sotto. Tra noi tutti c’è subito stato un bel feeling e un certo entusiasmo perché avevamo la consapevolezza di presentare qualcosa di nuovo, che avrebbe incuriosito e stimolato gli spettatori. Il più preoccupato di tutti era sicuramente il buon Paolo che deve aver più volte maledetto il momento nel quale accettò di buttarsi in questa vicenda.

 

Arrivò presto anche l’8 maggio, e permettetemi l’appunto che ancora una volta questo numero ci accompagna in un concerto importante. L’8 marzo del 1997 ci fu il famoso concorso Canti Nuovi alla RSI, dove la nostra esecuzione del “Solito Paese” ottenne il premio della giuria popolare. L’8 dicembre dello stesso anno ci fu l’emozionantissimo concerto di musica sacra, con l’Anna, in chiesa a Tesserete.

Anche questa volta chiesa pienissima, come ormai buona abitudine. Nonostante una cinquantina di sedie aggiunte alle panchine (in totale circa 330 posti a sedere), parecchia gente è restata in piedi in fondo alla chiesa. Lo spettacolo è stato un momento magico ed è difficile trovare le parole per descrivere l’atmosfera che si è venuta a creare. Ci provo ricordando un’immagine: essendo noi rivolti costantemente verso il pubblico, avevamo sott’occhio due file di bambini che si erano istallati nei primi banchi. Per tutta la durata dello spettacolo, circa un’ora e dieci, sono stati lì, catturati da quello che succedeva, a bocca aperta mentre il Franco raccontava e il Paolo disegnava. Vedere quei volti è stato uno spettacolo nello spettacolo.

Sulla serata ho poi scritto un articolo per il Giornale del Popolo che riporto qui di seguito.

“Sono stati molti i capriaschesi che sabato sera hanno tenuto spento il televisore e si sono recati nella chiesa parrocchiale di Tesserete. E come si faceva molti anni fa, quando il televisore non aveva ancora preso possesso delle pareti domestiche, piccoli e grandi si sono ritrovati per sentir raccontare delle storie. Erano storie che parlavano del tempo passato, dei ritmi della vita contadina, dei piccoli e grandi problemi che riempivano l’esistenza dei nostri vecchi. Piccoli erosimi quotidiani, storie di fede, storie di un mondo che ormai non c’è più.

A farlo rivivere, almeno lo spazio di una serata, ci hanno pensato il maestro Franco Ferrari, l’artista Paolo Foletti e la corale “Vos dra Capriasca”.

Ferrari ha saputo tracciare dei quadri di vita contadina con il suo stile realista e pacato, senza mai compiangersi o cadere nella facile nostalgia. La sua narrazione non dà spazio a molti fronzoli, ma lascia intuire come questo autore riesca a “cogliere la segreta malinconia e letizia delle cose”.

Contemporaneamente al racconto, su uno schermo gigante prendevano forma le immagini realizzate da Paolo Foletti al retroproiettore. Prima qualche tremulo tratto di pennarello, che piano piano prendeva corpo e sostanza. Poi dei tratti marcati di pennello, che andavano a creare ombre e spessori fino a oscurare quasi tutta l’immagine. Una tecnica che richiede una consumata padronanza del mezzo espressivo e che l’artista di Lugaggia ha saputo brillantemente eseguire.

La corale “Vos dra Capriasca” si è misurata con brani di autori ticinesi contemporanei. Brani di non facile esecuzione, che hanno però messo in luce la buona tecnica raggiunta dai coristi sotto la guida del milanese Romano Longoni. Di particolare effetto, anche per la perizia dei solisti, l’ultimo brano eseguito: “Solito Paese”, composto da Claudio Ambrosi che ha musicato una poesia di Plinio Martini.

Durante l’esecuzione dei brani, venivano a turno illuminate le principali opere d’arte della chiesa parrocchiale. Grazie all’effetto luci creato da Thomas Schütz, gli spettatori hanno così potuto ammirare in piena luce le pitture e le sculture che adornano la chiesa. In particolare è stato valorizzato l’affresco del Cristo festivo (uno dei pochi che si trovano in Ticino) che solitamente è nascosto dalla tela raffigurante san Gerolamo.

Tra gli artisti che hanno mostrato i loro talenti in questa serata, non sono da dimenticare Dario Petrini, che ha suonato la piva e Nathalie e Jürg Etter, che si sono cimentati con il vilino, suonando in  particolare un brano che proviene dal repertorio del vecchio mugnaio di Bidogno.

Applausi a scena aperta anche per il regista della serata, il giovane Enrico Sassi, che ha saputo costruire uno spettacolo scorrevole e accattivante, che ha sempre tenuta molto alta l’attenzione del numerosissimo pubblico presente.

Alla fine della serata, molti spettatori hanno manifestato la loro contentezza per quei momenti trascorsi assieme, sul filo del ricordo e senza l’ingombrante televisione.

Contentezza che per alcuni di loro, quelli che avevano ritrovato un pezzetto della loro storia, era frammista ad un poco di commozione.”

 

Tutto è veramente riuscito bene, anche se i nostri primi canti mi sono sembrati un po’ traballanti; forse un po’ di emozione. Ci siamo però rinfrancati e mi sembra che verso la fine le voci erano forti a sicure al punto quasi giusto. Durante tutto lo spettacolo anche il pubblico (la “nostra gente”)  si è subito fatto prendere dall’emozione e sulla chiesa è calata un’atmosfera di attenzione e di partecipazione come raramente è dato vedere. Complimenti alla Elide e all’Ivana, che erano al loro primo concerto in pubblico. Dimenticavo di dire che è stata l’occasione per sfoggiare la nuova divisa da “Neri non per caso” e per presentarsi in una nuova formazione su quattro file: tenori e bassi nelle file centrali, soprani e contralti ai lati. Tra il pubblico era presente – ed è stata come al solito prodiga di complimenti – anche l’Isabella Hess, che negli scorsi mesi ha dato un corso di vocalità in dieci lezioni al quale hanno partecipato la maggior parte dei coristi.

Alla fine dal pubblico è arrivata un’incredibile ondata di applausi. Quasi un trionfo quelli tributati al Franco e al Paolo. Don Gianfranco, che era presente tra la gente, ha parlato di varie persone con le lacrime agli occhi. Dopo il concerto gli spettatori non finivano più di complimentarsi, di ringraziare, di magnificare lo spettacolo, di raccontare le emozioni vissute. Avevamo raggiunto il nostro scopo.

In quel momento ho provato – come credo molti di noi – un profondo senso di felicità: cosa c’è di più bello che riuscire a far contenta la gente?

 

 

 

 

12-13 giugno 1999

USCITA AD HAUTERIVE

(PER DUE GIORNI FACCIAMO LA VITA DEI MONACI)

L’ultima uscita ufficiale dell’anno sociale è quella che ci ha portati nel Canton Friborgo, con meta Hauterive, monastero cistercense dove le funzioni quotidiane vengono accompagnate dal canto gregoriano. Il monastero è anche rifugio del buon don Gianfranco, che quando vuole ritemprarsi dalle fatiche della vita parrocchiale, va lì in ritiro.

Ma ci sono altri motivi che ci avvicinano a questo luogo dello spirito: l’abate è un ticinese di Canobbio, Mauro Lepori, conosciuto da alcuni di noi; lì ha vissuto anche fra Maria Columba, al secolo Giuseppe Foletti, anche lui legato alla Capriasca.

Partenza alle 8 di sabato mattina, dal piazzale della stazione, con comodo bus ARL.

Arrivo a Friborgo a mezzogiorno e mezzo e poi i coristi si disperdono in città, chi per pranzare, chi per guardarsi in giro. Appuntamento alle 14.15 in “Place de la Grenette”, dove inizia la visita turistica della città burgunda. Guidati da don Gianfranco e Maurizio, i 26 coristi con maestro compiono un giro nella città vecchia con questo itinerario: Cattedrale di san Nicola (dove eseguiamo l’Ave Maria di Arcadelt, ottima sonorità!), ponte degli Zähringen dove ammiriamo la città vecchia dall’alto, Basse Ville con il pont di Milieu (dove ammiriamo la città medievale… dal basso), Planche Supérieure, Municipio, dove sostiamo all’ombra del Tiglio di Morat e scopriamo la sua storia. Per certi c’è anche il supplemento di una visita alla chiesa dei “Cordeliers” per vedere la celebre pala d’altare dei “Maîtres à l’Oeillet”. I più fortunati si sono anche goduti il concerto di uno stravagante ma brillantissimo suonatore di corno delle alpi.

C’è tempo di cominciare a ispezionare i luoghi, perché la prima funzione alla quale assistiamo è quella dei Vesperi che si svolgono alle 17.30. Il monastero è tutto avvolto da un’atmosfera di silenzio e raccoglimento, viene quasi da parlare sottovoce, solo si percepiscono i cinguettii degli uccelli. Anche i dintorni sono straordinariamente belli e calmi: c’è il fiume Sarine che scorre a meandri al fondo di impressionanti rupi che lui stesso ha scavato nella molassa durante millenni. Tutto attorno campi di un verde lucente e boschi che circondano il monastero come per proteggerlo.

La funzione dei Vesperi ci vede tutti in chiesa, tesi a cogliere le sensazioni di questo ambiente che invita alla meditazione. Il canto gregoriano riecheggia nelle volte della chiesa da più di ottocento anni e il tempo sembra essersi fermato. E calati in questa per noi nuova dimensione, catturati dai suoni e dalle luci colorate che entrano dal rosone che si trova sulla facciata Verso le 16 arriviamo ad Hauterive, dove siamo accolti da padre Hermann, guardiano del monastero, che ci assegna le stanze. Agli uomini che russano la cella singola, agli altri la camerata in mansarda, al don Gianfranco la “suite” dei vescovi che vengono in visita. Le donne sono esiliate nella foresteria che però dista solo 50 metri dall’edificio principale del monastero.

della chiesa, cominciamo a entrare in noi stessi e a farci domande sulle persone che qui vivono e sulla vita che fanno.

Alle 18.15 c’è la cena, tutta in silenzio, anche questo un esercizio nuovo e difficile per molti di noi. Minestra, pasta e insalata, una cena sobria, con però ingredienti genuini, per la maggior parte prodotti dagli stessi monaci. Tutti restano stupiti dal gusto delle fragole servite per dessert: chi dice di non averne mai mangiate di così buone, chi dice di dover ritornare ai tempi dell’infanzia per ritrovare un simile sapore.

Altra funzione alle 19.50. Questa volta (è la settima e ultima di ogni giornata) i monaci si ritrovano per recitare assieme le preghiere di Compieta. Il giorno non è ancora terminato e la luce dell’esterno si diffonde ancora nella chiesa. La recita in tono dei salmi e il canto che è preghiera aleggiano sulle nostre teste abituate a ben altri rumori; anche noi però cominciamo a lasciarci prendere da questi ritmi e il respiro diventa più regolare, quasi a confondersi con le cadenze della preghiera dei monaci.

Dopo un breve incontro con padre Hermann, durante il quale discutiamo i tempi della giornata di domani e i canti per la santa Messa, ci godiamo la splendida serata di prima estate con una passeggiata nei dintorni. Rientriamo che ormai s’è fatta notte e visto che questa sarà molto breve, subito si va  a dormire.

 

Sveglia alle quattro per partecipare con i monaci al Mattutino, che inizia alle 4.15. In chiesa è buio, solo si sentono le voci dei monaci salmodianti. E i canti in gregoriano. Siamo una ventina di coristi a trovarci tra i banchi del pubblico e vivere questi momenti nel cuore della notte. Viviamo un’atmosfera di pace e di raccoglimento. Ecco finalmente che riusciamo a capire come la preghiera avvicina a Dio! Tutte le distrazioni sono allontanate, il nostro pensiero, il nostro cuore, è portato a parlare con Dio, a interrogarlo, a cercare di capire il disegno che ha su di noi. La funzione dura un’ora e un quarto. Quando finisce, le prime luci del giorno illuminano la splendida vetrata del coro che è orientato ad est, come tutte le chiese romaniche.

A questo punto c’è chi torna a letto e chi affronta la “Lectio divina”, meditazione sulla sacra scrittura, in base al testo che don Gianfranco ci ha preparato.

Alle 6.30 comincia la seconda funzione della giornata, le Lodi. I coristi che vi partecipano sono un po’ meno: molti sono ritornati sotto le coperte. Ci si domanda come possano fare i monaci a tenere questi ritmi.

Dopo la colazione andiamo in chiesa per la prova canti. L’acustica di questo luogo sacro è impressionante. Basta aprire la bocca che il suono si diffonde, va a sfiorare la volta a botte della navata principale e ritorna in modo distinto. Così è facile modulare la propria voce e cercare di uniformarla a quella del vicino, ma anche… sentire le proprie stonate. Durante la Santa Messa abbiamo eseguito quattro canti: “Nel tempio dell’Altissimo” all’inizio, “Jesus Rex admirabilis” all’Offertorio, “Hai dato un cibo” alla comunione e l’”Ave Maria” di Arcadelt alla fine. L’esecuzione è stata buona e ha commosso uno dei presenti che alla fine ha manifestato al Carlo il suo entusiasmo, dicendo che solo i ticinesi sanno cantare così bene. Troppa grazia. Chi invece sicuramente sa cantare bene sono i monaci. Attacchi precisi, voci che vanno così assieme che paiono una cosa sola. E il canto che poco concede al piacere estetico, ma molto porta verso la meditazione. È un canto che aiuta la preghiera, anzi, fa preghiera.

Durante la preghiera dei fedeli i monaci hanno voluto ricordarci con un’intenzione che tradotta suona più o meno così: “per la corale della parrocchia di Tesserete, perché con il loro canto abbiano sempre a lodare Dio e a farlo amare”. Don Gianfranco ci ha ricordato più volte queste parole, dicendoci che dovranno diventare il motto della nostra corale.

Subito dopo la Messa abbiamo il privilegio di una visita al monastero guidata dall’abate, padre Mauro Giuseppe. Persona affascinante, di una calma disarmante e di una fede granitica. Ogni parola che esce dalla sua bocca sembra misurata, quasi che non valesse la pena sprecare parole inutili. Tutta l’energia a disposizione deve andare verso Dio.

Ci soffermiamo in particolare a contemplare i due gioielli di questo monastero: gli stalli del coro e il chiostro. Gli stalli lignei portano rappresentati tutti gli apostoli alternati ai profeti. La simbologia è piena di richiami alla storia sacra e leggere queste immagini è come fare una lezione di catechismo. Ci ha fatto divertire quella sedia sulla quale devono sedersi i ritardatari; vi è rappresentata una lumaca, e molti hanno suggerito di fare cosa simile anche alle prove del coro, indicando le persone che regolarmente arriverebbero a sedersi in quel posto. Particolarmente suggestiva anche la luce diretta che filtrava dalle vetrate delle cappelle poste ai lati dell’altare principale. Anche il chiostro ha una storia e le sculture delle chiavi di volta, le colonne e le aperture sul cortile interno sono ricche di simboli e di elementi geometrici che predispongono a mettersi in contatto con Dio.

Terminiamo la visita nella sala del Capitolo, dove i monaci si ritrovano per meditare la parola di Dio e per parlare della vita della loro comunità. A padre Mauro è stata posta una domanda riguardante l’importanza del canto gregoriano per la loro esperienza. Ci ha risposto che il gregoriano è una melodia che non stanca mai, che ogni volta la si può vivere scoprendo nuove armonie e colori. Ha fatto un paragone con gli stili architettonici: se il barocco alla lunga può stancare, romanico e gotico si presentano sempre sotto una nuova luce e sono praticamente connaturali alla nostra persona. Sono una concretizzazione dell’ar-monia e di quel senso del bello che andiamo cercando. E il bello non è altro che lo specchio del vero.

Padre Mauro ci lascia per recarsi al quarto momento di preghiera della giornata: l’Ora Sesta che i monaci recitano assieme in chiesa. Noi andiamo a pranzo che consumiamo ancora una volta in silenzio, ascoltando le parole della sacra scrittura che vengono diffuse dall’altoparlante.

Dopo pranzo possiamo fare qualche acquisto nel negozietto del monastero e ci prepariamo a partire. Nonostante la stanchezza, siamo pervasi da una sensazione particolare, che è difficile da definire.

È quella specie di nostalgia che ti senti addosso quando capisci di aver vissuto qualcosa di importante, qualcosa che da un senso a quello che fai e a quello che sei. È un gusto particolare, piacevole e al tempo stesso intenso, un po’ come il gusto delle fragole mangiate la sera precedente.

Rotta verso la Gruyère attraverso le strade del Canton Friborgo. Durante il viaggio possiamo contemplare i verdi pascoli, le mucche che si godono pacifiche il sole, i fiori che abbelliscono le case, i blu del lago della Gruyère.

Facciamo sosta per un paio d’ore alla città della Gruyère, così possiamo completare il bagno nel Medioevo che abbiamo fatto lungo tutta questa passeggiata. Chi mangia le classiche fragole e panna (doppia crema della Gruyère), chi compera formaggio e chi cerca di isolarsi, per ritrovare le sensazioni vissute in mattinata. Il tempo è splendido e le montagne che fanno da cornice a questa cittadina fortificata sono affascinanti.

Verso le quattro risaliamo sul pullman che si fermerà dopo circa tre ore ad Attingausen, dove consumiamo il classico pollo al cestello. Alle dieci, sotto una pioggia battente, siamo di ritorno a Tesserete.

 

 

 

 

11 e 12, 18 e 19 dicembre 1999

L’ORATORIO DI NATALE DI CAMILLE SAINT-SAËNS

Difficile descrivere quanto è successo, perché le parole non sempre possono riprodurre le emozioni. Sta di fatto che abbiamo vissuto qualcosa di veramente grande, sia per intensità di emozioni che per qualità di lavoro.

Il pezzo di Saint-Saëns è di notevole bellezza; personalmente sono stato colpito da come l’autore sia riuscito ad interpretare musicalmente i passaggi della Sacra Scrittura, dando un colore particolare ad ogni movimento. È una sensazione simile a quella che si prova quando, dopo aver letto una storia, si possono vedere le immagini: l’avvenimento raccontato diventa più presente, più percettibile ai nostri occhi.

A tratti, poi, mi è capitato di chiuderli, gli occhi (non naturalmente quando cantavamo…), per poter assaporare fino in fondo la dolcezza e la purezza di questa musica. Penso al passaggio del settimo movimento, quello dei “Splendoribus sanctorum” (sembrava veramente di essere tra lo splendore dei Santi) o al quarto movimento, dove il coro femminile dialoga con il tenore.

A queste sensazioni delicate si sovrappongono quelle più potenti, gaudiose, legati ai due cori dove si canta il “Gloria” (sia nel secondo che nel sesto movimento, anche se quello del sesto è di un’infinita dolcezza) e al crescendo finale, culminante nell'”Alleluja”.

Non sempre è una musica di facile ascolto, personalmente ho cominciato a gustarla fino in fondo quando ho potuto ascoltare tutto l’oratorio una decina di volte, ma con più l’ascoltavo e con più riuscivo a commuovermi.

 

Per una volta ho cominciato parlando della musica e non del coro… Penso proprio che questa volta ci siamo confrontati con la Musica (M maiuscola) – senza voler assolutamente disprezzare o sottovalutare tutto quanto fatto prima – ma il solo fatto di aver lavorato per 4 mesi per cantare 6 minuti, ci fa capire cosa significhi portarsi a questi livelli interpretativi.

Come il solito dobbiamo tanto di cappello al Romano che ha creduto nel coro, e ci ha portati fino a questa interpretazione, ma soprattutto ci ha regalato la gioia di vivere i momenti del concerto, fianco a fianco con solisti e musicisti affermati. Abbiamo un po’ scoperto il loro mondo, ma anche l’emozione di cantare con gli strumenti (c’era già stato il “Teatro della Pieve” e il Concerto di Natale del 1997, ma erano altre condizioni) e le fatiche (poche invero per noi coristi) di portare il concerto in “tournée”.

 

Proverò ora a dire qualcosa di ognuna delle quattro serate.

 

Sabato 11 dicembre

È il giorno delle prove generali. I musicisti sono in chiesa già dal primo pomeriggio. Noi entriamo in scena dopo la messa delle 17.30.

Sentire la musica degli archi che si diffonde nelle volte della chiesa, sentire il suono dell’arpa, ascoltare i virtuosismi dei solisti ci fa restare a bocca aperta e forse anche sentire un po’ inadeguati. Ma il clima è molto sereno, i nostri ospiti sono tutti simpatici. Cominciamo a conoscere anche i rinforzi: il potente Carlo Montanari per i tenori e tre donne di peso per le soprano: Penelope, Cristina e Stefania. Ci si trova subito bene con questi coristi che saranno ospitati nelle nostre case per i due week-end del concerto.

 

Io ho voluto allontanarmi per qualche minuto a prendere l’apparecchio fotografico e ho potuto contemplare dall’esterno il lavoro che si stava facendo. Veramente impressionante la parte musicale: mai nella mia vita mi era capitato di sentire dei simili virtuosismi canori. Credo che siamo stati in molti ad avere questa sensazione, cosa che ci ha anche spinti a proporre il concerto ad amici e conoscenti. Io stesso, il giorno seguente, ho fatto delle telefonate invitando la gente a non perdere un’occasione così straordinaria.

Ma anche il colpo d’occhio del presbiterio era notevolissimo. La chiesa è già di per sé bella e ben ornata, ma stavolta c’erano gli strumenti, il coro di 40 elementi e un’infinità di colori che rallegravano l’anima.

Prova terminata verso le 20.30, con il Romano soddisfatto (dirà poi che è stata la migliore esecuzione del concerto), e il ritrovo all’oratorio per uno spuntino.

 

 

Domenica 12 dicembre

Chiesa piena già alle 17.15, alle 17.20 non c’era più un posto a sedere e come al solito molti sono restati in piedi. Forse 500 le persone che hanno assistito al concerto e che alla fine hanno manifestato la loro soddisfazione con un applauso lunghissimo, almeno 5 minuti. Durante il bis, Romano è talmente ispirato che ci lascia andare quasi da soli, accennando appena con le mani i movimenti per dirigere. C’era una certa emozione, anche se sapevamo di andare sul sicuro vista la qualità dello spettacolo presentato.

Il più agitato di tutti è sicuramente Gnagno, che organizza l’uscita del coro nei minimi dettagli e raccomanda più volte di portare la cartelletta nella mano sinistra. Impressionante anche la tenuta del Romano, che sfoggia un frac di quelli veri.

Durante il concerto sono stato colpito dalla potenza di voce del Carlo Montanari, il quale però ha anche sbagliato una battuta (“et nunc et semper”, movimento 6, quella che noi avevamo corretto sulle partiture ma lui evidentemente no perché non c’era a tutte le prove) e sono proprio curioso di vedere se questo errore si sentirà sulla registrazione. Ma tutti eravamo in gran forma e anche orgogliosi, credo, di mostrare alla nostra gente uno spettacolo così bello.

E la gente è rimasta proprio impressionata. Tantissimi i commenti entusiasti, per tutti. I conoscitori hanno addirittura detto che mai in passato un livello musicale così alto è stato toccato nella nostra chiesa. Sono parole dell’Aldo Morosoli e del Valerio Storni. Ma la persona che forse ci ha più sorpreso con i suoi commenti è stata la Luciana Serra, uno dei mostri sacri della musica lirica. Solo pochi sapevano che lei abitasse a Lopagno, fatto sta che domenica sera si è trovata in mezzo al pubblico, anche lei restata in piedi perché c’era troppa gente… Un’artista che ha calcato i palcoscenici dei più grandi teatri del mondo! E che non finiva più di complimentarsi con il Romano, facendogli notare anche che in sala erano presenti tantissimi bambini e che ascoltavano così attentamente…

Ecco forse quello che è stata l’originalità del nostro concerto e che deve aver colpito anche molti dei musicisti ospiti: un pubblico variatissimo, dal bambino all’anziano, senza una grande formazione musicale ma con una attenzione e un piacere di ascoltare musica. È vero c’erano anche molti dei nostri parenti, amici eccetera, ma è stata pur sempre l’espressione di un momento vissuto intensamente da tutta la gente.

Terminiamo col solito grande e fornitissimo buffet, come buona abitudine, dove i complimenti si sono sprecati. Solito lavoro per cucinare, offrire, pulire, ospitare i musicisti. Ma, visti i risultati, sicuramente sono cose che alla fine non hanno pesato troppo.

Primo concerto per il Rudolf ed è importante segnalare che i bassi sono stati sostenuti anche per tutta la durata delle prove, dal Franco Plotino, un amico che canta nel coro delle ACLI di Lugano.

 

 

Sabato 18 dicembre

Ci si ritrova alle 18 all’oratorio per viaggiare con meno automobili possibili. Passiamo da Stabio-Varese e dopo circa un’ora e mezza arriviamo a Sesto Calende, dove il concerto comincerà alle 9. Fa un certo effetto vedere in giro per la città i cartelloni dove appare ben evidenziato il nome “Coro Santo Stefano di Tesserete. C’è il tempo per visitare 1’abbazia (interessanti i colonnati romanici e qualche affresco), per reincontrare quelli che oramai sono diventati i nostri amici, per fare qualche prova. Fa molto freddo e 1’impianto di riscaldamento non riesce a alzare la temperatura di questa chiesa.

Cantiamo sulla scalinata che porta al presbiterio, abbastanza lontani dall’orchestra. Purtroppo questo fatto, unito alla particolare sonorità della chiesa, non ci permette di sentire in maniera distinta gli strumenti. Dobbiamo quindi fare molta attenzione ai segnali del Romano. L’Oratorio è spesso interrotto da scroscianti applausi, che fanno però perdere un po’ la concentrazione. Terribile quello che c’è stato tra il nono ed il decimo movimento e che ha rotto tutta la magia del crescendo.

Notevole anche qui la quantità di applausi, non sono in grado di descrivere il gradimento del pubblico, perché non sono riuscito a parlare con nessuno. Dato il grande freddo, molti sono rientrati a casa e solo pochi si sono fermati a gustare il “vin brulé” offerto dagli organizzatori. Tra noi coristi, una parte si è fermata per mangiare una pizza a Sesto Calende (rientro al mattino seguente verso le 2) e un’auto si è invece subito avviata per i1 rientro in autostrada.

 

Domenica 19 dicembre

Ultima “fatica” a Biogno di Breganzona. Divertente la prima fase, intanto che 1’Anna eseguiva la cantata di Scarlatti. Ci siamo trovati tutti, coristi solisti e musicisti, pigiati nella piccola sacrestia della chiesa, a chiacchierare e rinsaldare quei legami che si erano creati nelle precedenti serate. Proprio un bel momento, dove ci si sentiva bene, nonostante l’emozione per il concerto.

La chiesa di Biogno è piccola e calda, con una sonorità molto bella. Anche qui c’era gente dappertutto, pare che certi siano perfino rimasti fuori e abbiano dovuto ritornare a casa.

Mancavano molti dei rinforzi, ma nonostante ciò credo che abbiamo cantato veramente bene. Bisogna dire che il Romano, in fase di preparazione, ci ha fatto curare sin nei dettagli tutti i suoni, ma per non essere sopraffatti dagli strumenti al momento del concerto abbiamo spesso cantato a piena voce… Forse la qualità non c’è sempre stata, ma la quantità, quella sì, eccome. E siccome anche     il Carlo Montanari era già rientrato a Perugia, ci ha pensato il nostro Carlo a darci dentro. All’attacco dell’”Egrediatur ut splendor…” il Ricky, forse per non sbagliare, è partito una frazione di secondo prima, io credo di essere partito giusto (per una volta), ma poi alla mia timida voce si è aggiunta una potenza devastante, era quella del Carlo che ci ha dato dentro a pieni polmoni.

Ma tutto è stato veramente bello, più raccolto ma anche più caldo, rispetto alle precedenti uscite.

Anche qui grandi complimenti ed entusiastici commenti, e adesso basta con gli aggettivi superlativi che questa volta ne ho usati fin troppi.

Ma sinceramente, credetemi, non potevo fare diversamente!

 

 

 

 

12-13 maggio 2000

UNA NUOVA SERATA CAPRIASCHESE

Dopo il successo dell’anno precedente, ci lanciamo in una nuova avventura dove le nostre musiche accompagnano testi che parlano della Capriasca. Quest’anno proviamo a lavorare con i ragazzi delle scuole.

Nell’ambito di un progetto di sentiero didattico in Capriasca, i ragazzi di otto classi (4 quinte elementari e 4 prime medie) hanno riscritto ed illustrato 8 leggende della Pieve. Questo è lo spunto di partenza. Ma visto che stiamo sempre più raffinando le nostre produzioni, non ci si è fermati al semplice alternarsi di musica e storie, ma abbiamo cercato di proporre uno spettacolo più variato. Sono così nate molte idee proposte da varie persone.

 

Per la parte musicale, Luigi ha proposto di seguire una linea del tempo, dato che anche le leggende riguardano determinati momenti storici. Cosi abbiamo fatto precedere ogni leggenda da una musica del periodo corrispondente. La prima storia, quella della Contessa Grassa, è ambientata nel 1078 e così siamo andati sul gregoriano. E visto che i protagonisti erano i ragazzi è nata l’idea di far cantare a loro il pezzo di gregoriano. Per dar loro coraggio li abbiamo fatti alternare col don Gianfranco, parroco della chiesa di Tesserete. Presenza altamente simbolica la sua, che richiamava quella di don Fedele, il parroco che mille anni prima era stato protagonista, dentro a queste stesse mura, nella vicenda conclusasi con la sua uccisione da parte di Arnolfo e Azzone!

Anche quest’anno abbiamo cercato di coinvolgere nel lavoro dei musicisti locali. C’è stata ancora Nathalie Etter con il violino. Grande successo hanno riscosso i Panighiröl, un gruppo composto da 7 elementi (anche se alla serata ce n’erano solo 4) che sta registrano un CD nel quale ha musicato alcune leggende ticinesi (e questo, con l’argomento della serata, cadeva proprio sa fagiolo).

 

Per gli ausili tecnici abbiamo cercato di coinvolgere le stesse persone che ci avevano dato una mano l’anno passato. Hanno accettato ben volentieri e qualcuno, dato lo spirito del lavoro, ha chiesto di essere affiancato da ragazzi. E così, tanto per le luci che per le proiezioni, Thomas e Gastone hanno aiutato i ragazzi che hanno fatto loro funzionare gli apparecchi. I lettori sono stati preparati dal Carlo Nobile, che li ha seguiti durante alcune lezioni a scuola. Le coriste di gregoriano dalla maestra di musica della scuola media, Luisa Rovelli. Le diapositive le abbiamo preparate fotografando i disegni dei ragazzi; in un primo tempo si pensava di proiettarne una decina per storia, ma poi abbiamo visto che spostavano troppo l’attenzione, distogliendola dal lettore e togliendo agli spettatori la possibilità di muoversi con la propria immaginazione. Le abbiamo allora ridotte a 4-5 per storia.

Per dare un’immagine reale dello spirito con il quale i ragazzi hanno raccolto le leggende, che era quello di riscoprire le proprie radici, bisognava anche coinvolgere un anziano. Si è così pensato all’Ernesto Vanini, arzillo novantenne che si è buttato con gioia in questo lavoro.

 

Le prove si sono limitate alla settimana dello spettacolo.

Lunedì quella per mettere assieme lo spettacolo, dato che ognuno aveva lavorato individualmente per preparare la sua parte. Giovedì c’è stata la prova generale. Venerdì e sabato le due serate di concerto. Prevedendo un folto pubblico ne abbiamo previsto due e abbiamo visto giusto perché nel complesso ci sono stati circa 700 spettatori, ben distribuiti tra l’una e l’altra serata. E quanti ragazzi!

 

 

·      Nonostante fossero coinvolti i ragazzi poco abituati a muoversi davanti e dietro alla scena, abbiamo come il solito puntato in alto come qualità del lavoro (e col Romano non si potrebbe fare altrimenti). Si voleva uno spettacolo di qualità, godibile anche dagli adulti, sia per la parte musicale che per la regia.

 

·      Penso che abbiamo raggiunto i nostri scopi. I critici più feroci dei nostri concerti sono sempre i miei figli che commentano ogni nostra prestazione con un tono di sufficienza. Per la prima volta li ho visti veramente entusiasti della serata. Evidentemente sono strati attratti dalle storie e dalle proiezioni, ma hanno vissuto con attenzione anche i momenti musicali.

 

·      A proposito di questi: molta gente ha commentato positivamente la nostra esibizione. La Sandra giornalista ha detto che “diventiamo sempre più delicati e raffinati”. Ho sentito di gente che si è commossa nell’ascoltare l’Ave Maria di Arcadelt e altri che hanno trovato molto bella la canzone “A Sera”.

 

·      Qualche problema c’è stato con l’impianto audio, anche se questa volta abbiamo evitato i microfoni della chiesa ed è venuto il Frenzi a piazzare i suoi. In particolare la voce dell’Ernesto Vanini (che abbiamo messo su un palchetto vicino all’ambone da dove parlavano i ragazzi, seduto su una vecchia sedia) non è stata molto chiara agli spettatori. A proposito dell’Ernesto: era un piacere vedere la gioia di questo anziano che è sempre stato in mezzo a noi durante le prove e lo spettacolo. Mi è sembrata la persona più felice per l’esito della serata.

 

·      La proiezione delle diapositive è stata molto apprezzata. Avendo scelto le immagini più forti e compatte, queste risaltavano parecchio e nel buio della scena (solo il ragazzo che leggeva era illuminato ed era vestito sgargiante; coristi, musicisti e Vanini eravamo in nero; le ragazze gregoriane, sull’organo, erano di bianco vestite) risaltavano con vigore.

 

·      Le luci erano limitate allo stretto indispensabile, ma anche questo ha favorito il taglio che si voleva dare allo spettacolo: c’era una sensazione di essenzialità, vorrei quasi dire di purezza. Ma è importante, perché così hanno preso forza i segni fondamentali di questo spettacolo: la voce che narra la storia, la musica, i disegni.

Qualcuno ha commentato lo spettacolo dicendo che si è trattato quasi di un momento spirituale; alcuni sono tornati a rivederlo la sera seguente, per poter rivivere questo ambiente che li aveva colpiti. Altri hanno detto che lo spettacolo mancava di colori e di movimento.

 

·      Altre note positive della serata sono state il primo concerto dell’Alessandra, che non era molto emozionata e non lo è stata neppure durante la conferenza stampa del mercoledì durante la quale abbiamo presentato il concerto (che è stato presentato come momento di inaugurazione del “Sentiero Raccontato”).

Abbiamo poi continuato l’opera di valorizzazione degli artisti capriaschesi abbinando al concerto la vendita di una litografia di fra Roberto. Questo ci ha permesso di guadagnare qualche soldino, anche se il concerto è stato offerto dai cinque comuni della pieve: Origlio, Ponte, Sala, Tesserete e Vaglio.

 

·      Voglio terminare con il commento di un mio collega che abita a Pregassona e che era presente alla serata di venerdì. Ebbene, lui ha osservato che era uno spettacolo diverso dagli altri, perché… non era uno spettacolo! La gente non era lì solo per guardare, ma partecipava a quello che succedeva sulla scena con ricordi, commenti o esternando le proprie emozioni. Come se le persone presenti in chiesa quella sera fossero lì per stare assieme. Bello, no?

 

 

 

 

3-4 giugno 2000

LA FESTA SVIZZERA DI CANTO IN VALLESE

Qualche appunto in margine all’articolo

 

Dato che ho preparato un articolo per il Giornale del Popolo nel quale ho raccolto le impressioni di queste giornate, non starò a riscrivere l’essenziale di questa esperienza. Mi limiterò ad aggiungere qualche appunto di cronaca spicciola in margine al testo che segue e che è stato in parte ripreso dal quotidiano in questione e interamente dalla Rivista Svizzera delle Corali.

·         Partiamo da Tesserete il 3 giugno di buon mattino. Si fa tappa a Sesto Calende, per “caricare” Anna e Romano e al valico di Iselle. Straordinari i tappeti di fiori dai quali è ammantato il passo del Sempione. Verso la una del pomeriggio siamo a Monthey, dove siamo accolti dalle simpaticissime “hostess” che ci accompagneranno per tutte e due le giornate. Ci rifocilliamo in un tendone posto accanto al teatro.

·         C’è appena il tempo di sistemare i bagagli (chi nei rifugi proprio sotto al teatro, chi negli alberghi), vedere qualche produzione di gruppo (ce n’erano 4 in ogni ora che proponevano tra le 3 e le 4 canzoni) e fare la prova canti. Questa, che abbiamo svolto in un locale della vicina parrocchia, è riuscita molto bene. Diversi gli assenti e per fortuna Nicola ha potuto cantare con i bassi, cosicché la sezione era composta da 4 elementi.

·         Abbiamo cantato: “Je ne l’Ose dire”, Smagia de gris”, “A sera” e “Me compare Giacometo”, davanti a un pubblico di circa 300 spettatori.

·         Dopo la produzione c’è stato il colloquio con la giuria. Interessanti le osservazioni, molte condivise anche dal Romano. Il Nicola ha rischiato grosso per la storia del “Compare Giacometto”. Aveva infatti scommesso di ritornare a casa a piedi se avessimo “vinto” il concorso con questa canzone. Non c’è stata vittoria (e neanche avrebbe potuto esserci, considerando come era pensato il “concorso”) ma il brano, con l’armo-nizzazione del Romano, è stato proposto alla Società svizzera di Canto per essere inserito in una scelta di nuovi pezzi proposti alle corali svizzere!

·         Purtroppo la notevole organizzazione dei vallesani è stata in parte vanificata dall’acquazzone abbattutosi dopo cena. Anche il nostro gruppo si è scisso in vari gruppetti e i nottambuli non hanno potuto scatenarsi. C’è chi è andato subito a letto, chi ha fatto un giretto a Saint Maurice, chi a Monthey, ma verso la mezzanotte erano quasi tutti a letto!

·         Dopo la Santa Messa di domenica nell’abbazia abbiamo assistito alla parte ufficiale del convegno: il passaggio della bandiera. Si era in un migliaio di persone in una piazza vicina alla chiesa. C’è stato il discorso dal balcone del Sindaco e di un Consigliere di Stato. Si sono fatti i canti di assieme in tedesco e francese (e, vista la nostra presenza, anche un accenno a “Ora Valmaggina”, il canto in lingua italiana. Poi siamo saliti su un palchetto e abbiamo cantato “Me compare Giacometo”.

·         Ritorno con tappa nei pressi di Martigny per un pranzo a base di prodotti Vallesani. Poi visita ad una cantina vicino a Sierre, grazie ai buoni uffici di Gnagno.

Aperitivo a Sesto Calende, dove nella villa dei genitori di Anna festeggiamo anche il primo anniversario di matrimonio del nostro maestro. Passeggiata lungo il Ticino e cena in un ristorante di Sesto Calende.

Scheda

 

La Festa svizzera di canto si è svolta in Vallese dal 1º al 4 giugno 2000.

Erano presenti 430 cori, per un totale di 20000 cantori, ripartiti in 5 località: Visp, Sierre, Sion, Martigny, St. Maurice-Monthey.

Accanto alle società di tiro, ginnastica e musica, anche le società di canto corale danno vita alle grandi feste federali, con l’intento di creare dei legami tra le varie culture svizzere.

La prima edizione della Festa di canto risale addirittura al 1844. Nella forma attuale, da quando è stata creata l’Unione Svizzera delle Corali, si sono svolte altre due edizioni: a Basilea nel 1982 e a Lucerna nel 1991.

 

Alla festa vallesana era presente, unica corale ticinese tra la trentina affiliate alla federazione cantonale, il “Coro Santo Stefano – Vos dra Capriasca” di Tesserete. A rappresentare la cultura italiana hanno partecipato anche le corali della Pro Ticino di Berna, Ginevra e Zurigo.

 

 

Articolo

 

Immaginate un bus doppio, stipato all’inverosimile. Qualcuno attacca “Quel mazzolin di fiori”, piano piano la melodia si diffonde e tutte le voci vanno a formare un unico coro. La pronuncia non è sempre corretta: qualcuno ha l’accento tedesco, altri quello francese e altri ancora quello romancio. Le voci però sono solide ed intonate.

Non è che una fra le numerose immagini colte durante la recente Festa federale di canto, che ha riunito tutti gli appassionati di questo genere musicale. Per le piazze ed i teatri vallesani si è ritrovata soprattutto la Svizzera profonda e contadina: quella delle tradizioni, dei dialetti, dei costumi. Quella dove rösti, raclette e boccalino la fanno ancora da padroni.

 

Ci siamo anche noi della corale “Santo Stefano – Vos dra Capriasca”. Siamo stati destinati alla località di St. Maurice-Monthey, dove sabato pomeriggio, nel notevole “Théatre du Crochetan”, sono in programma le produzioni davanti alla giuria.

Prima della nostra esibizione c’è ancora il tempo di ascoltare alcuni tra gli altri cori presenti. Ad ogni corale sono assegnati dieci minuti di tempo, appena quanto basta per eseguire tre canti.

 

Da Cumbel (che è un paesotto della val Lumnezia, vicino ad Ilanz), arriva il “Chor Viril”. Sono 95 uomini che riempiono tutto il palco; probabilmente tutta la popolazione maschile del paese, eccetto i bambini. Cantano musiche sacre. Sono bravi, riescono ad essere potenti ma anche delicati.

Dopo di loro, quasi a sottolinearne il contrasto, si presenta sul palco il “Frauenchor” di un paese del canton Sciaffusa del quale vi risparmio il nome. Le coriste indossano il costume tipico della loro terra, e sembrano tante nonne di Heidi. Tengono lo spartito a mo’ di ventaglio perché fa un gran caldo. Hanno corpo generoso, non più giovane, e facce contadine, modellate più dal sole che dai cosmetici. Le voci sono ormai tremule e il canto un po’ stridulo. In un angolo del palco hanno appoggiato il loro gonfalone che durante l’esibizione sorride compiaciuto. Chissà quante di queste feste avrà visto nella sua lunga carriera!

 

Tocca a noi. Siamo ben preparati, anche se le gambe tremano un po’. C’è molto pubblico e poi non è da tutti i giorni cantare in un teatro. E proprio questa situazione particolare ci gioca un brutto scherzo: l’attacco è esitante, fatichiamo a sentirci perché i suoni si perdono nella sala e stentano a tornare alle nostre orecchie. Le voci sono slegate e si impastano a fatica. Peccato, ma anche questa è una lezione che servirà in futuro. Ci riscattiamo terminando l’esibizione con una musica brillante: “Me compare Giacometo”, che suscita l’entusiasmo del pubblico, sempre molto ben disposto verso i ticinesi. La giuria ci farà poi i complimenti, mostrando una certa perplessità per la scelta delle canzoni, serie ed impegnative. Loro sono piuttosto abituati ad associare il Ticino con sole, vacanze, mandolini e sorrisi.

 

Dopo di noi altri cori. Ci sono i ginevrini del “Choeur mixte” di Céligny, pimpanti e sbarazzini come molti cori romandi. La loro è una musica molto orecchiabile: dapprima un inno alla fondue intitolato “La danse des caquelons”, e poi brani di cantautori francesi, arrangiati per coro a quattro voci.

Il pomeriggio termina con la produzione del Männerchor di Pratteln (Basilea), che si esibiscono in odi al vino, drammatica “ouverture” di quello che ci attende per la serata.

 

La cena ha proporzioni esagerate. Siamo circa 1600 nella patinoire di Monthey, ma tutto fila liscio come l’olio, a riprova della notevole capacità organizzativa dei vallesani. Per la serata, il borgo di St. Maurice si è preparato ad accogliere circa 4000 cantori. Purtroppo si scatena un temporale che spegne sul nascere le fiammelle della festa. Non così altrove, dove l’acqua si tiene lontana. Dopo la mazzata delle Olimpiadi scippate, il Vallese sembra aver ritrovato la gioia di scendere in piazza a fare festa. Per l’occasione sono amabilmente aiutati dai friborghesi: domenica mattina all’alba alcune centurie attraversano le vie di Martigny cantando il possente “Ranz des vaches”. Alle loro spalle una notte… di bianco.

 

In mattinata partecipiamo al culto ecumenico, nell’abbazia di Sanit-Maurice. Trovarsi in mezzo a centinaia di persone che cantano in una chiesa secolare, dove le voci si librano e si rincorrono tra le volte, dà una sensazione molto intensa. In particolare quando viene intonato un dolcissimo canto della liturgia ortodossa, forse l’armonia più bella tra le molte che abbiamo sentito. Tra costumi, concerti, applausi, vins d’honneur, trasferte, risate, sfilate e discorsi si consuma anche questa festa. È stata per noi l’occasione di celebrare un mito confederale. Valeva la pena esserci “per vedere di nascosto l’effetto che fa”, ma anche perché non è dato sapere per quanti anni ancora questi riti sopravviveranno

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